martedì 18 giugno 2013

bolzaneto: la Cassazione conferma le condanne


Da L'Internazionale:
La quinta sezione penale della cassazione ha confermato le sette condanne per le violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001.
Sette persone, sia poliziotti sia medici, sono state condannate. Quattro persone sono state assolte. E per 33 imputati il reato è andato in prescrizione.
La corte ha anche ridotto i risarcimenti nei confronti dei no global che hanno subìto le violenze nel luglio del 2001, che si erano costituiti parte civile. Alcuni risarcimenti dovranno essere valutati da un tribunale civile.
Il 5 marzo del 2010 la corte d’appello di Genova aveva condannato sette dei 44 imputati nel processo per le violenze a Bolzaneto.
Qui trovate l'intero articolo

lunedì 17 giugno 2013

Ciao Camilla...

...è stato un privilegio per me essere il tuo umano.

venerdì 14 giugno 2013

GIUSEPPE UVA, A CINQUE ANNI DALLA SUA MORTE

Da Amnesty international
 Il 14 giugno 2013 saranno trascorsi cinque anni dalla morte di Giuseppe Uva, un uomo di 43 anni fermato alle 3 del mattino del 14 giugno 2008 a Varese. Insieme a un amico, Alberto Biggiogero, Giuseppe Uva venne portato in una caserma dei Carabinieri, da cui parti’ una richiesta di trattamento sanitario obbligatorio (Tso) a seguito della quale venne trasportato al pronto soccorso alle prime luci dell’alba. Successivamente, fu trasferito al reparto psichiatrico dell'ospedale di Varese, dove trascorse le ultime ore prima della morte, avvenuta nella mattinata.

A cinque anni dalla morte di Giuseppe Uva, Amnesty International Italia rileva quanto l’accertamento della verita’ sia ancora lontano.

Sulla morte di Giuseppe Uva sono stati aperti due procedimenti nei confronti del personale medico delle strutture presso le quali l’uomo venne trasferito, chiusi in primo grado con l’assoluzione degli imputati. Sull’intera vicenda rischia di cadere la prescrizione, in data 16 giugno 2014.

Il giudice di I grado ha rilevato la lacunosita’ dell’ipotesi accusatoria formulata dal pubblico ministero verso il personale medico, notando che essa poggiava ‘su basi talmente fragili da rendere francamente impossibile un qualsivoglia fondato giudizio sul merito dell’accusa (…)’, lasciando invece ‘oscure le ragioni per le quali un soggetto di soli 43 anni (…) potesse essere giunto a morte a poche ore di distanza dal ‘trattenimento’ operato nei suoi confronti dalle forze dell’ordine’.
 
Di fronte al mancato approfondimento, in fase di indagine, di quanto accaduto nel periodo trascorso tra l'intervento dei Carabinieri e l'ingresso di Giuseppe Uva al pronto soccorso, Amnesty International Italia esprime preoccupazione che le indagini portate avanti finora non siano conformi agli obblighi di efficacia, indipendenza, tempestivita’ e completezza che gli standard internazionali impongono agli stati, a fronte del decesso di una persona che si e’ trovata nelle mani delle forze di polizia.

Al contempo, l’organizzazione per i diritti umani rileva la costante stigmatizzazione nei confronti dei familiari di Giuseppe Uva, la cui sorella Lucia e’ stata querelata per diffamazione e risulta per questo indagata dalla stessa procura che ha la titolarita’ delle indagini sula morte di suo fratello.

Le vicende processuali del caso di Giuseppe Uva costituiscono per Amnesty International Italia un ulteriore segnale che e’ urgente, necessario e non piu’ differibile che il paese si doti di strumenti adeguati a prevenire morti in custodia, maltrattamenti e tortura da parte delle forze di polizia e ad investigarli in maniera efficace: tra questi, il reato di tortura e un meccanismo di prevenzione indipendente come richiesto dai trattati internazionali a cui l’Italia ha aderito e, in particolare, dal Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, ratificato dall’Italia nel 2013, come richiesto per anni da Amnesty International nei suoi appelli alle istituzioni italiane.

Le richieste dei provvedimenti legislativi e delle misure necessarie a prevenire l’impunita’ delle forze di polizia fanno parte dell’Agenda in 10 punti che Amnesty International ha sottoposto in vista delle ultime elezioni politiche a tutti i candidati e ai leader delle forze politiche in lizza, lanciando la campagna ‘Ricordati che devi rispondere’.

L’Agenda e’ stata sottoscritta da 440 candidati, di cui 117 sono stati poi eletti al parlamento.

Amnesty International Italia chiede il rispetto degli impegni presi da parte dei singoli parlamentari, nonche’ di tutti i leader che compongono il governo cosiddetto di larghe intese (Pd, Pdl, Scelta Civica, Partito radicale) in merito ai 10 punti della sua Agenda. L’organizzazione per i diritti umani sottolinea, in particolare, che tutti i leader delle forze politiche e dei partiti rappresentati nel governo si sono impegnati per l’introduzione di misure che garantiscano la trasparenza dell’operato delle forze di polizia e per l’introduzione del reato di tortura (punto 1 dell’Agenda) e si aspetta dunque che questo impegno sia mantenuto.

venerdì 7 giugno 2013

Progetto PRISM


 Da Internazionale

Un estratto del documento che descrive il progetto Prism. (The Guardian)
La National security agency ha ottenuto l’accesso diretto ai dati degli utenti di Google, Facebook, Apple e altre aziende tecnologiche statunitensi per controllare le conversazioni all’estero. Lo rivelano il Guardian e il Washington Post, che sono entrati in possesso di un documento riservato dell’agenzia di sicurezza nazionale datato aprile 2013.
L’accesso ai dati da parte della Nsa rientra in un programma per la sicurezza nazionale chiamato Prism, che permette alle autorità di accedere direttamente ai server di alcune delle maggiori aziende tecnologiche del paese. La raccolta delle informazioni è cominciata nel dicembre del 2007.
L’agenzia ha messo sotto controllo diverse attività degli utenti stranieri: ricerche online, foto, email, trasferimento di file, videochat e scambi di messaggi di testo.
Le nove aziende coinvolte nel progetto Prism, stando al documento, sono: Aol, Apple, Facebook, Google, Microsoft, PalTalk, Skype e Yahoo. Anche Dropbox sarebbe dovuta entrare a far parte di questo gruppo di aziende.
Dopo la pubblicazione delle inchieste, Google ha diffuso un comunicato per spiegare la sua posizione. “Google si preoccupa seriamente della sicurezza dei dati degli utenti. Forniamo dati ai governi in conformità con la legge e rivediamo con grande attenzione tutte le richieste che ci vengono fatte. Di tanto in tanto qualcuno avanza la supposizione che abbiamo creato una back door, una porta di servizio per consentire al governo l’accesso ai nostri sistemi, ma Google non ha una back door attraverso cui il governo possa accedere ai dati privati degli utenti”, ha dichiarato l’azienda.
Un portavoce della Apple ha dichiarato che l’azienda non era a conoscenza dell’esistenza di Prism, mentre Facebook ha dichiarato che di solito non fornisce i suoi dati alle organizzazioni governative senza autorizzazione.
La Microsoft è stata la prima azienda coinvolta, nel 2007, seguita da Yahoo nel 2008. Facebook e PalTalk sono entrate nel 2009, mentre la Apple nel 2012, come mostra una delle slide del documento riservato.
Scrive Quartz: “C’è un nome che manca tra le grandi aziende che hanno partecipato al progetto Prism: Twitter. La startup fondata sette anni fa è molto rispettata per il modo in cui difende la privacy dei suoi utenti”.
 




Secondo le stime del Guardian, più di 77mila documenti di intelligence contengono informazioni ottenute attraverso Prism tra il 2007 e oggi.
L’accesso della Nsa ai dati degli utenti, fa notare il Guardian, è stato possibile grazie ad alcune modifiche alla legge sulla sorveglianza del 1978, il Foreign intelligence surveillance act, reintrodotta dal presidente Bush dopo l’11 settembre e rinnovata da Barack Obama nel dicembre 2012. La legge regola la raccolta di informazioni di intelligence fuori dal paese.
Le aziende statunitensi sono obbligate legalmente a dare le informazioni degli utenti alle agenzie di sicurezza, ma il programma Prism va oltre, perché permette un accesso diretto ai loro server. Quindi le informazioni di chi naviga in rete possono essere ottenute senza dover chiedere l’autorizzazione a un tribunale, e neanche agli stessi fornitori dei contenuti.
Nella presentazione di Prism il progetto è descritto come un modo per controllare le attività terroristiche fuori dagli Stati Uniti, ma secondo molte organizzazioni per i diritti civili si tratta in realtà di una grave violazione della privacy degli utenti. Nel dicembre del 2012, alcuni senatori statunitensi avevano contestato proprio per questo motivo la scelta di promulgare la legge Fisa.
La rivelazione arriva a un giorno di distanza da quella sul controllo dei tabulati telefonici di milioni di cittadini statunitensi, in cui è coinvolta l’azienda di telecomunicazioni Verizon.

Ingiustizia è fatta






di Erri De LucaIl potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù, figlio di Giuseppe, è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l’aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.
Da Micromega

giovedì 6 giugno 2013

L'oscurità della logica



E’ appena uscita una che voleva i quiz di logica
 
Le dò il libro, lo compra e poi mi dice: aspetti! qui dice esercizi svolti di logica non quiz!
 
Così sono costretta a spiegarle che un esercizio svolto vuol dire che ha anche la soluzione spiegata passo per passo, così se lo sbagli capisci anche perchè.
 
Poi mi chiede quanto costa. non rispondo e aspetto che giri il libro.
 
Dopo un certo numero di secondi mi chiede: 18? come è scritto qui?
 
Avrei voluto dirle: NO! Il prezzo di questo libro sarà la tua vita e la tua anima immortale che da ora e in eterno sarà mia!
 
Certo che costa 18 euro brutta idiota! Cosa credi che il numero scritto lì dietro sia il numero di volte che  dovrai leggerlo prima di capire cos’è la logica?!
 
A volte è davvero complicato apprezzare gli umani; più li frequento più amo gli animali.

SENTENZA CUCCHI: DICHIARAZIONE DI ANTONIO MARCHESI DI AMNESTY

 

‘Non possiamo che attendere di conoscere le motivazioni di questa sentenza per comprendere se avra’ dato o meno una spiegazione convincente di quanto accaduto a Stefano Cucchi’ - ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

‘Sin d'ora, esprimiamo vicinanza ai suoi familiari e appoggiamo la loro esigenza di verita’ e giustizia, difficili da raggiungere - in questo come in altri casi - ogniqualvolta una persona perde la vita nelle mani delle forze di polizia. Auspichiamo che eventuali ulteriori responsabilita’ che dovessero emergere per la morte di Stefano Cucchi possano essere accertate in successivi gradi di giudizio’.

FINE DEL COMUNICATO                                                                    
Roma, 5 giugno 2013

mercoledì 5 giugno 2013

Femminicidio: analisi di Corigliano


Da Micromega:
Al delitto della giovane Fabiana di Corgliano Calabro è seguita la solita retorica del lutto inatteso e imprevedibile. Nulla di più sbagliato: quel delitto (insieme a tanti altri simili ad esso) è frutto di un clima culturale retrivo e opprimente, che costringe la donna a una sottomissione permanente alla famiglia, alle aspettative del collettivo, e infine al maschio.
di Barbara Befani e Fabio Sabatini

È insopportabile la retorica che vuole “sotto shock” il villaggio, stavolta Corigliano Calabro, in cui si è consumato l’ennesimo femminicidio. È insopportabile la retorica che attribuisce un lutto inatteso e imprevedibile a una famiglia ignara e innocente.

È insopportabile perché ad essere responsabile di questo femminicidio, di tutti quelli avvenuti e di quelli che verranno, è la cultura medievale e sessista condivisa e coltivata nella famiglia, nel villaggio e nel resto del paese. È difficile credere che si senta davvero “sotto shock” un paese in cui tutti sapevano che l’assassino era un violento che girava con il coltello in tasca, che già era stato denunciato per aver spaccato il naso alla vittima, prendendola a pugni, per gelosia (denuncia subito ritirata). Una madre che, appena vede uscire l’assassino dall’ospedale, gli domanda soltanto, secondo il racconto di Niccolò Zancan su La Stampa: “Dove me l’hai buttata?”. Parole che, di per sé, fanno pensare alla vittima come a un oggetto di cui disfarsi o, nell’ipotesi migliore, a un oggetto da consegnare al primo uomo che se la fosse presa in carico. E un padre che si limita ad affermare la sua “mancanza di approvazione” per un uomo che spacca il naso di sua figlia, mostrando apertamente di volerla possedere come un oggetto.

Un villaggio, quello che si presume sotto shock, nel cui bar sport, severo e insindacabile tribunale degli eventi cittadini, circolano commenti dai toni assolutori, che ricordano i problemi che il carnefice, poverino, deve aver avuto per colpa della madre che metteva le corna al padre con un direttore del Comune. Insomma la colpa è sempre di un’altra donna.

Chissà quante volte la famiglia, quel paese, quella cultura, devono aver mandato a Fabiana certi messaggi che la spingevano a sopportare la situazione, a mettere il suo benessere e la sua felicità dopo quella dell’uomo. A farle confondere, prima di dire basta, “amore maschile” con “volontà di controllo” e “amore femminile” con “cedimento alla volontà di controllo”.

Messaggi che sono continuati a pervenire subito dopo il femminicidio, con l’arcivescovo (considerato la massima autorità locale, chiamata a consolare la famiglia della vittima e dare pubblicamente una ragione dell’accaduto al posto di una istituzione dello Stato), che dichiara: “Preghiamo per colui che ha commesso il terribile omicidio, perché prendendo consapevolezza della gravità di quanto ha compiuto non sia sopraffatto da irrimediabili sensi di colpa ma si incontri col Dio della verità e della misericordia, che a tutti offre una strada possibile di giustizia, perdono, conversione, cambiamento di vita”.

Quell’arcivescovo che si preoccupa solo di lui, il carnefice, affinché sia perdonato e non sia sopraffatto dai sensi di colpa. Direbbe mai un arcivescovo che una donna non deve essere sopraffatta dai sensi di colpa? Quell’Arcivescovo che per rimediare alla vicenda sottolinea il bisogno di “puntare su un umanesimo che vede l’uomo per quello che è, bisogna ripartire dall’uomo e metterlo al centro”. No, caro Arcivescovo, questa vicenda ci insegna che l’uomo è già al centro, semmai è la donna che dovrebbe essere messa al centro. Ma per l’Arcivescovo, così come per il resto dell’umanità che continua a usare la parola “uomo” per riferirsi alla generica umanità, le donne non sono persone.

Fabiana è morta come un cane. È stata bruciata viva a 15 anni perché non voleva appartenere a un uomo, a colui che si era messo in testa di esserne il proprietario, con la collaborazione delle famiglie, del paese, della società, del sistema.

Eppure, nelle dichiarazioni del vescovo e nei giornali, nessuna condanna di questo sistema, del clima culturale retrivo e opprimente che costringe la donna a una sottomissione permanente alla famiglia, alle aspettative del collettivo, e infine al maschio, descritto bene da Domenico Naso sul Fatto Quotidiano. “La trattava come un oggetto”, hanno riferito i compagni di scuola della vittima ai giornalisti. Ma nessuno ha sentito il bisogno di denunciare l’oggettificazione del corpo femminile che perpetua la pretesa, il diritto, da parte del maschio, di trattare la propria compagna come un oggetto di sua proprietà.

martedì 4 giugno 2013

TURCHIA, APPELLO DI AMNESTY INTERNATIONAL

Amnesty International ha lanciato un appello al primo ministro della Turchia Recep Tayyp Erdo?an chiedendogli di porre fine immediatamente all'uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici, garantire il diritto alla liberta’ di espressione e di riunione e avviare un'indagine rapida, indipendente e imparziale sull'uso eccessivo della forza al fine di consegnare alla giustizia i funzionari di polizia responsabili dei maltrattamenti dei manifestanti.
L’appello puo’ essere firmato sul sito www.amnesty.it
Ulteriori informazioni
 
A partire dal 29 maggio, oltre 2000 persone sono rimaste ferite in tutta la Turchia quando la polizia ha usato cannoni ad acqua e gas lacrimogeni contro i manifestanti.
 
Le proteste sono iniziate il 27 maggio a Gezi Park, in piazza Taksim, nel centro di Istanbul. Alcune centinaia di manifestanti avevano occupato il parco per manifestare contro la sua distruzione per far posto a un nuovo centro commerciale. Nelle prime ore del 29 maggio la polizia ha iniziato a disperderli facendo ricorso a uso eccessivo della forza e a gas lacrimogeni. Durante la notte di giovedi’ 30 maggio, quasi 3000 manifestanti si sono uniti alla protesta. Nelle prime ore del mattino, sono stati allontanati dal parco dalla polizia con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Decine di persone sono rimaste ferite durante l'intervento della polizia.
 
A partire da venerdi’ 31 maggio, le proteste si sono diffuse in tutto il paese e, da domenica 2 giugno, ci sono state centinaia di proteste in 67 province. In base a quanto riportato dall'Associazione medica turca, almeno 1500 persone sono rimaste ferite a Istanbul, 414 ad Ankara e altre 420 a Smirne. L'Associazione medica turca ha dichiarato che la maggior parte delle lesioni sono state causate dall'uso di cannoni ad acqua e gas lacrimogeni. 
 
Amnesty International condanna l'ampio uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti pacifici. Alcuni video hanno filmato la polizia mentre spara deliberatamente lacrimogeni contro i manifestanti. I gas lacrimogeni, sparati irresponsabilmente ad altezza di persona e in spazi ristretti se non chiusi, persino all'ingresso del pronto soccorso di piazza Taksim, sono stati responsabili del maggior numero di ferimenti.
 
Le autorita’ affermano di aver arrestato oltre 1000 persone. Decine di video amatoriali hanno filmato scene delle manifestazioni e mostrano poliziotti che picchiano, prendono a calci e colpiscono con manganelli i manifestanti, anche quando questi sono resi inermi dagli effetti dei gas lacrimogeni.
Nei giorni scorsi, Amnesty International Turchia ha messo a disposizione i suoi uffici di Istanbul per fornire riparo ai manifestanti e soccorsi a quelli feriti