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mercoledì 13 aprile 2016

La fin absolue du mond - Cigarette burns di John Carpenter

 
Qualche giorno fa ho visto un episodio della serie Master of horror che mi ha letteralmente stregata.
La serie MoH raccoglie episodi a tema horrror diretti da maestri del genere.
Non poteva mancare il mio adorato John Carpenter anche se non può certo essere imbrigliato dai legacci di un'unica, per quanto amabilmente oscura, corrente cinematografica.
L'episodio è Cigarette burns.
Le bruciature di sigaretta, nel gergo dell'industria cinematografica, sono i cerchietti di luce che appaiono nell'angolo in alto a destra dello schermo. Queste bruciature danno il segnale al proiezionista che è arrivato il momento di sostituire la bobina durante la proiezione di un film. Un dettaglio tecnico per un film che narra ciò che avviene alle spalle del pubblico pagante di un cinema.


 
Il protagonista, Kirby Sweetman (il nostro Daryl preferito della serie The walking dead), è il gestore indebitato di un cinema d'essay specializzato nella proiezione di film di nicchia, rari e talvolta estremi.
Un ricco collezionista lo incarica di trovare, dietro lautissimo compenso, l'unica copia esistente del film La fin absolue du monde di Hans Backovic, proiettato a Sitges nel corso del Festival del Cinema fantastico della Catalogna. Quell'unica proiezione provocò una strage tra gli spettatori che finirono per uccidersi a vicenda nei modi più cruenti. Per questo motivo la pellicola venne distrutta dal suo creatore. Questa almeno fu la versione ufficiale. In realtà il nostro collezionista sa per certo che una copia esiste ancora e lui pagherà qualunque cifra per averla.
Man mano che il nostro Kirby procede nelle indagini, bruciature di sigaretta appaiono davanti ai suoi occhi e i suoi incubi personali si riaffacciano in maniera sempre più prepotente. La realtà viene man mano invasa da una meta-realtà fatta di visioni oscure. Il messaggio principale che ci viene inviato è che un film è magia; ma nelle mani giuste può essere un'arma.
Tutto ruota intorno al mondo del cinema più che al film stesso: la sala cinematografica, il proiezionista che pur non avendo visto il film perde l'uso della mano, il critico che impazzisce e passa il resto della vita a scrivere la sua recensione definitiva del film (recensione infinita dato che tutta la casa è invasa da pile di fogli stampati), il direttore della fotografia che diventa cieco e infine il regista morto suicida.
Con il dipanarsi della trama il caos prorompe sempre più nella realtà. Si fa corporeo nella figura inquietante di un orrido angelo privato delle ali e tenuto prigioniero nella villa del collezionista committente di Kirby. È lui la fonte certa dell'esistenza di una copia intatta del film.
 
Finchè lui esiste, anche il film esiste (noi siamo parte della pellicola, stretti al negativo come l'anima alla carne).
La fin absolue du mond non ha una trama specifica ma è una carrellata di incubi insanguinati da corpi martoriati e mutilati. L'angelo stesso è stato sacrificato al film con la scena del taglio delle sue ali operato da un aguzzino armato di sega a mano.
Ali che il collezionista ha applicato allo schienale di una sedia nel suo sontuoso studio.
Cigarette burns si conclude con la riconsegna delle pizze da parte di Kirby all'angelo mutilato che così si ricongiunge al suo doppio su pellicola. Il suo sacrificio estremo ad un processo creativo che è il film viene in parte ripagato con la dannazione di tutti coloro che avevano partecipato ad una creazione aberrante e blasfema.
Carpenter come sempre si conferma come anticonformista del genere.
Non ci offre salvezza, non ci consegna un finale assolutorio. 
Non c'è mostro peggiore dell'uomo e non c'è universo più caotico di quello che genera l'uomo stesso. Non c'è un dio, non c'è neanche un demone tranne quello che noi creiamo con la nostra arte.
Mi viene in mente l'angelo con le ali strappate di Joel Peter Witkin
e penso anche che il nostro John non abbia nulla da invidiare a Cronenberg che con il suo Videodrome ci aveva invitato a transitare 'verso la nuova carne'.
Carpenter vìola la carne infettando i corpi (La cosa), deformandoli (Seme della follia), tagliandoli e cucendoli (Fantasmi da Marte), mutandoli attraverso la possessione (Signore del male). Anche qui assistiamo alla performance estrema del collezionista che avvolge le proprie budella nel proiettore per creare la proiezione 'definitiva'.
La arte di Carpenter è e sarà sempre antiautoritaria (Essi vivono), anche verso l'arte stessa.
Il messaggio racchiuso nella frase: un film è magia; ma nelle mani giuste può essere un'arma era stato già veicolato precedentemente.
Nel Seme della follia un libro farà impazzire tutti coloro che lo leggeranno e aprirà le porte di un universo dominato dal caos e dal male.
L'influenza di Chambers è palese. Nel suo Re giallo un copione teatrale rende pazzi tutti coloro che si avventurano a leggerlo.
L'arte è un'arma e Carpenter ci ha dimostrato ancora una volta di essere decisamente un buon tiratore.
Buona visione

venerdì 1 aprile 2016

Joan Clayton strega - Penny dreadful


Qualche giorno fa ho finito di vedere la seconda stagione di Penny Dreadful. La prima stagione mi aveva profondamente delusa nonostante la sua trama oscura. Troppo inutile sesso esplicito che ruba minuti preziosi allo svolgimento della trama.
Non è perbenismo. Se avessi voluto vedere sesso avrei visto un porno.
Ho sempre pensato che quando in un film (o serie tv) il sesso viene spiattellato per più di 20 secondi è per coprire i grossolani buchi di una storyline priva di contenuti.
Non ce n'è bisogno quando la storia è buona.
Insomma io volevo spendere il mio penny per vedere sangue e orrore!
Un penny dreadful era una pubblicazione a basso costo destinata alla working class del XIX secolo. Opuscoli, scritti brevi e spesso sgrammaticati che narravano di vampiri e mostri venivano letti dal proletariato stanco e avvilito in un Inghilterra impietosa verso le classi povere. Sono i tempi di Jack the ripper, lo squartatore che cacciava nel poverissimo East end e sono i tempi della regina Vittoria, la buonanima che faceva coprire le gambe di sedie e tavolini per salvare la decenza mentre la parte orientale della sua Londra guaiva nel dolore e nella violenza.
Vabè sto divagando.
Nonostante la delusione della prima stagione ho perseverato diabolicamente guardando anche la seconda stagione. Meno male! Ho fatto bene; la stagione 2 è stata davvero bella!
Guarda caso di tempo per il sesso esplicito non ce n'è stato molto (non che sia mancato) dato che la trama aveva necessità di tutti i minuti possibili per dipanarsi e gli episodi erano anche piuttosto lunghi (oltre i 50 minuti).
In questa stagione si parla di streghe: una congrega insidia una dei protagonisti (Vanessa Ives) che è naturalmente dotata di poteri divinatori. La nostra eroina si troverà a fuggire in un posto dimenticato da dio e dagli uomini, nella brughiera inglese, alla ricerca di una donna che molti sussurrano essere una strega.
Un intero episodio è dedicato a questa donna e io oserei dire che è il più bello della stagione.


Vanessa aspetta un giorno e una notte davanti alla staccionata di questa vecchiaccia che se la ride guardandola da dietro la porta. Non può oltrepassare la staccionata perchè la nostra stregaccia ha posto un incantesimo di protezione intorno alla sua dimora che è poco più di una catapecchia scricchiolante in mezzo al nulla della brughiera nebbiosa.
Alla fine le consente di entrare.
Da questo momento la nostra Vanessa inizia il suo apprendistato presso Joan Clayton, mammana della brughiera di Ballantree, erborista, cartomante e strega diurna.
Qui finisce la storia che ha solleticato il mio immaginario e inizia la mia piccola digressione sulla figura di Joan Clayton. 
 

Archeologi, antropologi e studiosi dell'evoluzione della nostra specie concordano nell'ipotizzare che la divisione del lavoro secondo il genere abbia orientato i maschi verso la caccia e le femmine verso la raccolta. La caccia portava gli uomini ad allontanarsi lasciando le donne con la prole e i membri anziani. Queste naturalmente durante l'assenza degli uomini raccoglievano frutti e piante commestibili. É ovvio supporre che abbiano imparato a riconoscere erbe e frutti commestibili o velenosi. É ragionevole presumere che siano state le donne a sperimentare la cottura dei cibi e anche le proprietà benefiche oppure tossiche delle piante. Si potrebbe dire che l'erboristeria nasce dall'esperienza femminile. L'uso di piante a scopo medicamentoso è stato la pietra di posa della medicina umana almeno finchè non divenne appannaggio sacerdotale. Presto l'uso di piante ed erbe fu sostituito da preghiere e benedizioni. Quando la 'scienza' divenne un sapere iniziatico, destinato solo agli uomini, subì anche la contaminazione della religione e questo portò a sminuire l'erbologia che fu confinata nel tempo a tradizione popolare tramandata da donna a donna. Il sapere femminile divenne rimedio e mantenne connotazioni pagane che mal si accostavano ad una medicina sempre più teologica e spirituale (non senza l'utilizzo di piante però). Guaritrici e levatrici divennero presto figure socialmente liminali (di confine) e sfuggenti agli occhi della scienza ufficiale.
Tanto più che spesso la loro attività includeva anche procurare aborti alle donne che non volevano o non potevano dare alla luce un figlio.
Il passo da mammana/levatrice/guaritrice a strega è stato brevissimo.
Se aggiungiamo a questo la pratica derivante dal folklore di preparare incantesimi e fatture per gli scopi più disparati la via verso la marginalizzazione sociale di queste donne fu davvero facile.
Tutti richiedevano i servizi di queste donne ma nessuno era pronto a difenderle dalla condanna sociale poiché accostarsi a loro avrebbe significato accostarsi all'oscurità e al caos ontologico.
Anche nella storia di Joan Clayton assistiamo all'assedio alla casa della strega e al suo rogo.
La prima persona che inciterà gli altri a bruciare la strega sarà proprio la ragazza che pochi giorni prima aveva bussato alla porta di Joan per abortire.
Questo non è strano: figure come quelle di Joan Clayton servivano la comunità in segreto, lontano dagli sguardi e dai giudizi del gruppo. Si entrava dentro le case di queste donne portando i propri fardelli e i propri desideri più inconfessabili. Chi si rivolgeva loro voleva abortire o avere un filtro per costringere un'altra persona all'amore oppure chiedeva una fattura di morte. Ogni richiesta fatta alla strega era una macchia sull'anima e sul buon nome della persona che la formulava.
Chi entrava doveva mettere a nudo la propria essenza e manifestarla senza pudore, di conseguenza la fattucchiere diventava anche una testimone scomoda anche se silenziosa.
Questo aspetto viene sottolineato dalla nostra Joan nel momento in cui concede a Vanessa di entrare.
Il suo invito è chiaro e definitivo:
“Lascia fuori dalla porta tutto ciò che eri. Tutto ciò che sei portalo con te”.

giovedì 30 aprile 2015

Tributo di George Martin a Robert Chambers



Come ogni nerd e fan sfegatato delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di zio George Martin non mi potevo esimere dall'acquistare il librone enciclopedico che illustra la storia dei due continenti (Westeros e Essos) in cui si svolgono le intricate vicende della saga del gioco dei troni.
Si tratta di un'opera davvero notevole; narrata come cronaca redatta da un maestro di Vecchia Città, riunisce tutto lo scibile sul mondo conosciuto recuoerando frammenti di cronache scritte da vari maestri. Non solo cronologie di guerre ma anche monografie su popolazioni mai viste nella saga ufficiale di Martin. Le descrizioni si snodano da Ovest verso Est, una cronologia che parte dall'inizio dei tempi fino all'epoca di Robert Baratheon senza però toccare gli eventi che partono dal primo libro di Martin. 
Chi ama questa saga non avrà bisogno di essere ulteriormente invogliato all'acquisto di quest'opera accurata e graficamente splendente.
Ciò che non mi aspettavo era che zio George infilasse tra le righe c he descrivono l'estremo Est un tributo sincero ad un autore che ho scoperto di recente grazie alla visione di una serie tv semplicemente magistrale: True detective. Si lo so, il titolo non è dei migliori; fa presumere coattate condite con polvere da sparo e slang newyorkese. Niente di più sbagliato. True detective è permeata da un pessimismo cosmico leopardiano e ateo. Uno dei protagonisti Rust Cole è un filosofo della dannazione umana senza divinità a supporto. Dialoghi di una profondità abissale, caratterizzazioni spettacolari e soprattutto un livello di recitazione da Oscar. Insomma chi non l'ha visto lo veda e chi l'ha visto mi capisce.
 

L'autore cui si ispira True detective e cui Martin offre un tributo che mi commuove è Robert Chambers. Il suo libro 'Il Re Giallo' è una raccolta di racconti pubblicata nel 1895. Lo stile è quello di Poe per capirci. Tutti i racconti ruotano attorno ad un'opera teatrale, 'Il re Giallo' appunto, mai andata in scena  poiché rende folle chiunque la legga. Angoscia, ineluttabilità e disorientamento permeano le vite dei personaggi che entrano in contatto col Re Giallo.
 Di seguito riporto il piccolo grande tributo di Martin verso Chambers:
'Tuttavia lontano a est, ben oltre i confini dell'impero d'oro, al di là delle leggendarie Montagne del mattino, nella città di Carcosa sul Mare Nascosto dimora in esilio un lord stregone che afferma di essere il sessantesimo imperatore giallo, discendente di una dinastia decaduta da mille anni'.

Cosa chiedere di più?
Una cosa ci sarebbe: George sbrigati a scrivere Winds of winter!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

venerdì 10 maggio 2013

Al gioco del trono o si vince o si muore

Stasera arriva in italia la terza stagione del Trono di spade.
Sarà trasmesso su SKY cinema.
Prima o poi scriverò qualcosa su questa saga. Per il momento posso solo dire che è stata una delle esperienze letterarie più appaganti in cui mi sono imbattuta.
Nel frattempo gustatevi questa nuova stagione.
....perchè la notte è buia e piena di terrori.

venerdì 22 aprile 2011

Il rito


‘In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore’ direbbe Battiato.


Non posso concordare col maestro perché io adoro l’horror in tutte le sue vesti. Amo l’horror. Perché? Non lo so, ma adoro assistere alle manifestazioni del male in tutte le sue forme. Sarà una deviazione, me ne rendo conto.


Tra tutti i film del genere poi ho una predilezione per quelli di argomento religioso e, naturalemnte nessuno potrà mai eguagliare l’Esorcista. Ancora non ho conosciuto qualcuno che non si sia letteralmente cacato in mano vedendolo.


I film che parlano del Demonio con la D maiuscola rappresentano la lotta antichissima, ancestrale tra il Bene puro e il Male puro. Una lotta che risale a prima della creazione del mondo e dell’uomo la cui anima sembrerebbe essere la posta preferita dai due concorrenti in questa eterna partita a poker. L’ultima fatica filmica che affronta l’argomento è il Rito, interpretato da Anthony Hopkins.







C’è qualcosa che non funziona in questo film. Nonostante alcune scene particolarmente coinvolgenti e ansiogene e nonostante la bravura del nostro dottor Lectar, il sapore che resta alla fine della pellicola è quello di pasto sciapo. Le emozioni svaniscono subito lasciando la sensazione di un finale buttato là senza troppa convinzione.


Eppure lo scenario era perfetto.


Roma. La Città Eterna che ha visto il cristianesimo farsi strada a suon di esecuzioni nel nostro magnifico Colosseo.


Roma. Custode e baluardo della fede da due millenni, sede in Terra dell’incarnazione di Cristo nel suo vicario, il Papa. Roma con le sue antiche rovine e i suoi cortili pieni di gatti.




Qui giugne il protagonista, un seminarista americano molto poco convinto della sua fede il quale viene inviato a seguire un corso di esorcismo in Vaticano e viene poi indirizzato verso un esorcista per assistere all’esecuzione di un rito di esorcismo. Il prete esorcista è tipo brusco e sbrigativo, che non manca di simulare rituali di allontanamento del male laddove non ravvisi la vera presenza del maligno ma solo un po’ di creduloneria.







La cosa non piace al nostro giovane e scettico seminarista che vorrebbe vedere un po’ più di medici e un po’ meno preti intorno a certi ‘pazienti’. Ben presto dovrà confrontarsi invece col maligno che lo braccherà, lo provocherà e lo indurrà a mettere a nudo i suoi traumi e a confrontarsi con le sue incertezze sulla fede e sulla vita. Insomma il vero psicologo sembrerebbe essere proprio il Demonio. E il suo lavoro lo fa talmente bene da risolvere tutti i nodi emotivi e psicologici del nostro eroe.


Lo so; sto smontando l’atmosfera. In realtà l’unico punto forte del film è proprio l’atmosfera, l’ambientazione perfetta di antiche mura e vicoli soffocanti; le case vecchie e semibuie alle quali il nostro giovane americano fatica ad abituarsi.


Purtroppo è tutto il resto a stonare.





Più che una lotta tra Bene e Male sembra una variante del sogno americano: se ci credi puoi raggiungere la vetta. Sembra una produzione di Scientology: scopri il tuo vero io e avrai il mondo ai tuoi piedi. Così il nostro eroe, a un passo dall’abisso, riesce a vincere la lotta sul demone credendo non in Dio ma in sé stesso.


Una storia di possessione dovrebbe essere un po’ più europea, dovrebbe lasciare maggiore spazio allo smarrimento, lasciare da parte il raziocinio e trascinare lo spettatore nell’abisso caotico del Male che non dorme mai.


Si dice che la vittoria più grande del Demonio sia aver fatto credere al mondo di non esistere. Qui invece abbiamo un entità che fa di tutto per dimostrare la propria esistenza allo scettico. Come un life coach (sono quelli che ti portano ad avere fiducia in te stesso per realizzarti nel lavoro) alla fine riesce a tirar fuori dal seminarista l’esorcista che è in lui e inevitabilmente se la prende in quel posto perché viene scacciato dal corpo del posseduto.






La perfezione di un film come l’esorcista non è stato solo il trucco e il vomito verde. La figura di padre Karras è meravigliosa: un uomo, un prete di lunga esperienza che sta perdendo la fede nel mondo e forse anche in Dio. Razionale ma anche empatico verso il dolore del prossimo. Pronto ad ascoltare le parole del vecchio esorcista che lotterà insieme a lui. Pronto a dare la vita per salvare una bambina massacrata nel corpo e nell’anima da un Male antichissimo che si diverte a disputarsi con Dio le anime degli uomini da un tempo immemorabile.


C’è spessore, c’è sofferenza interiore e c’è sacrificio. Tutto ciò che chiunque abbia un retaggio culturale cattolico percepisce e comprende. Il Rito è invece una produzione anglosassone, protestante e forse anche un po’ new age. Scopri il professionista che è in te. Non c’entra nulla l’antica lotta tra il Creatore e l’Angelo Caduto.


Tirando le somme è un film da vedere perché Hopkins è Hopkins e secondo me va visto sempre. Magari non al cinema pagando 7 e passa euro. Piacerà molto ai manager e ai giovani del PDL.


venerdì 27 agosto 2010

Heat 1-X, il razzo fai da te


“L'ora del decollo è fissata per le 15 (ora italiana) del 30 agosto. La rampa di lancio si trova sul Mar Baltico, vicino Bornholm (Danimarca) e il razzo, chiamato Heat 1-X, è pronto per spiccare il volo. Ma il missile che lascerà la Terra per qualche minuto non è stato costruito da un ente spaziale come la Nasa o l'Esa, bensì da due amatori del volo astronautico: Kristian von Bengtson e Peter Madsen. La loro piccola società l'hanno chiamata Copenhagen Suborbitals. Il primo lancio sarà senza passeggeri a bordo, ma se tutto andrà per il meglio Madsen ha fatto sapere che presto lancerà un razzo con una capsula, chiamata Tycho Brahe, con un uomo a bordo.”

Questa notizia apparsa su Repubblica di oggi mi ha fatto pensare ad un film che ho visto qualche anno fa: Cielo d’ottobre di Joe Johnston, tratto dal libro Rocket boys di Homer Hickam jr.

Il film si ispira ad una storia realmente accaduta, raccolta nel libro di memorie di un ingegnere della NASA, ora in pensione, che ha anche dato la sua consulenza per la riduzione cinematografica: Homer H. Hickam jr., responsabile motori dello shuttle e addestratore degli astronauti destinati a missioni sulla navicella spaziale

Trama da Wikipedia:

Ottobre 1957, Coalwood, cittadina mineraria del West Virginia. Il cielo notturno è solcato dalla scia luminosa dello Sputnik, il primo satellite, lanciato dai Russi, in orbita attorno alla terra. Per il diciassettenne Homer H. Hickam jr. è come una folgorazione: costruire razzi costituirà il passaporto per sfuggire al destino che lo vuole minatore, come tutti a Coalwood. Il ragazzo non si lascerà bloccare né dall'iniziale ostilità del padre, autoritario sovrintendente della miniera, né dai primi insuccessi; con l'aiuto di 3 coetanei e col sostegno della sua professoressa di Chimica e Fisica, parteciperà al concorso scientifico indetto per tutte le scuole della nazione.

Un messaggio sempre più valido in questi tempi così avari di speranze: mai smettere di sognare!

martedì 1 giugno 2010

Lost finale di serie - SPOILER



Premessa: questo post contiene SPOILER sul finale di Lost.



Se fosse stata una serie televisiva del tipo Grey’s anatomy o Sex and the city… ci sarei stata.


Se fosse stata La casa nella prateria o Il giudice Amy … ci sarei stata.


A cosa?, chiederete voi. Al finale di Lost.


Un finale di stagione e di serie pieno di sentimenti, di emozioni forti e di lacrime col sorriso.


Ma a me che cosa mi frega di piangere! Io volevo delle risposte!!


Un aereo cade su isola sperduta.


I sopravvissuti raccolgono i cocci e si accorgono che l’isola è strana: piena di rumori e fischi, con animali improbabili (tipo orsi polari), abitata da falsi barboni (gli Altri) che si scoprirà essere scienziati. Qualcuno di essi si infiltra tra i sopravvissuti al disastro aereo e si scopre essere molto cattivo.


Ci sono resti di antiche costruzioni e di una grande statua il cui piede ha 4 dita.


Durante le varie esplorazioni vengono scoperti dei bunker costruiti da un oscuro consorzio: il progetto Dharma. In uno dei bunker troviamo un povero cristo (che risponde al nome di Desmond) che da almeno 3 anni, ogni 108 minuti, deve premere un pulsante per evitare che l’isola sprofondi in un cataclisma elettromagnetico. Non prima di aver inserito una lunga e misteriosa sequenza numerica che ci perseguiterà per un paio di stagioni.


Uno degli scampati al disastro ha un figlio che sembra avere doti speciali (si intuisce una sorta di potere paranormale, forse evoca lui l’orso polare).


Le donne non concepiscono figli sull’isola e se restano incinte muoiono al terzo mese. San è incinta e gli Altri la vogliono studiare visto che muore. E anche Claire è incinta e sott’occhio da parte degli altri.


Ben, il capo degli Altri, è cattivissimo e fa quello che gli dice un essere invisibile di nome Jacob.


C’è un mostro che assume la forma di fumo nero e uccide chiunque.


Tutto ciò condito da retrospettive sui singoli protagonisti e le loro dolorose storie.


L’isola ha anche il potere di guarire: Locke era paralizzato e ora cammina.


Potrei continuare per un’altra oretta con questi racconti ma grosso modo gli interrogativi che ho accumulato fin qui sono già abbastanza.


Ora veniamo al finale. Tutte le domande troveranno risposta!


Neanche per sogno!


La verità è che erano tutti morti e l’isola, come una sorta di limbo, li cullava fino al momento della transizione verso un Oltre cui ognuno appiccicherà sopra le insegne della propria religione.


E i 108 minuti, il codice numerico, l’elettromagnetismo, i poteri paranormali, le donne incinte, la statua, Jacob, gli Altri e compagnia cantante?


La risposta è nella sonora pernacchia che risuona, come un’eco lontana, nella chiesetta dove si ritrovano i protagonisti/fantasmi prima di andarsene allegramente affanculo verso nuove avventure ultradimensionali; lasciandoci ovviamente come dei cretini davanti allo schermo mentre ci chiediamo perché abbiamo sofferto 6 anni ponendoci domande filosofiche mentre gli sceneggiatori di Lost non sapevano che pesci prendere.


Hanno avuto l’occasione per girare la serie più bella del millennio e l’hanno mandata in vacca con un finale da operetta.

Per la versione più incazzata di questo post potete andare a leggere il commento di AleNet sul suo blog

giovedì 27 maggio 2010

Sex and che ridere!

Questa è la recensione del film apparsa sul Fatto. E' troppo simpatica!
'Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda: le “ragazze” – virgolette anagrafiche – son ritornate. Secondo sequel cinematografico della serie tv ideata da Darren Star, regia di quel Michael Patrick King suddito del piccolo schermo, difficilmente si sarebbe potuto fare di peggio: fossimo mussulmani ci incazzeremmo, ma pure così ci girano. In trasferta ad Abu Dhabi (Paese sponsor), le Fab Four danno nuovo lustro all’esotismo becero, all’integralismo griffato, all’ignoranza ottusa e alla bieca supremazia occidentale, gettando trivialità, parossismo sessuale, negligé e preservativi su burqa, hijab e via dicendo: poraccie che sono, se ne stessero a Manhattan.'

venerdì 14 maggio 2010

Ecce bombo

Fratelli d'Italia, l'Italia s'è offesa

Dal blog di Travaglio:

L’ex comunista Sandro Bondi – attuale ministro della Cultura - non va a Cannes perché dice che pur non avendolo visto sa che il film di Sabina Guzzanti sul post terremoto a L’Aquila “offende l’Italia”. Non è l’ex ministro Scajola che incassa assegni e fa il finto tonto a offendere l’Italia. Né il costruttore Diego Anemone, che traffica in massaggi e appalti, neppure il gentiluomo vaticano Angelo Balducci, esperto di lavori pubblici e di voci bianche da lavorarsi in proprio, meno che mai l’amato Cavaliere che passa le sue serate con Putin, Gheddafi e qualche dozzina di escort camuffate da donne innamorabili. A umiliare il buon nome della Nazione è un film-inchiesta sul sangue, la polvere e il denaro inghiottiti da un terremoto che a distanza di un anno lascia ancora scoperchiati i cuori di migliaia di famiglie imprigionate nell’attesa.

Bello o brutto che sia, quello della Guzzanti è almeno un film sul mondo vero, sul qui e ora in Italia. Uno sguardo adulto sul nero che ci assedia. Non la solita commedia, per una volta. L’insulsa commediola italica, vista in infinite versioni anche quest’anno, epopea del soleggiato paesello natio, avventure di genitori eterni adolescenti con figli buoni ma non scemi, l’amante bella ma alla fine sconfitta, l’agnizione omosessuale di lui, un paio di scopate per fare incasso, argute panoramiche sul potere della tv e sulla profondità dell’ombelico.

Mai nulla (o quasi) nel cinema italiano che racconti la guerra, il petrolio, le banche, un carcere, una fabbrica, la violenza. O l’acqua sporca che sgocciola dalla politica, giorno per giorno, che quella sì, ci offende

lunedì 19 aprile 2010

Agorà


E’ in uscita nelle sale italiane un film decisamente particolare. Non avendolo ancora visto non posso dare un giudizio di merito, ma il contenuto mi attira decisamente dato che parla di una donna molto speciale: Ipazia di Alessandria.

Ho raccontato la sua storia qui e voi potete leggerla in: I pantaloni di Pitagora di Wertheim edito da Instar libri

Questa è una recensione che ho trovato in rete.

A Cannes 2009 è piombato con un film quasi incosciente: un kolossal non americano su Hypatia, prima scienziata della storia, famosa per i suoi lavori matematici ed astronomici e per la sua morte tragica. Un film, insomma, ambientato nel IV secolo dopo Cristo, ad Alessandria d'Egitto. Ne esce fuori una pellicola a tratti fracassona e grossolana, ma molto più spesso, invece, femminista, laica, potente. Se infatti il biopic di questa visionaria della scienza, interpretata magnificamente da Rachel Weisz, prende il cuore, il film è incentrato su quello che la sua civiltà e la sua cultura vissero in quegli anni. Nelle persecuzioni cristiane- e dopo Angeli e demoni e il prete vampiro di Park Chan-Wook si rialzeranno gli strali delle gerarchie ecclesiastiche?- che, secondo Amenabar (ma la storia non ha mai fatto luce a fondo su questa tragedia) fecero andare perse le incredibili risorse della leggendaria biblioteca d'Alessandria, e che provocarono lo sterminio di molti pagani neoplatonici prima ed ebrei dopo. Un duro atto d'accusa contro la religione fanatica e ottusa di fronte al progresso, un poetico racconto di una vita coraggiosa e di un pezzo di storia purtroppo ancora attuale. Amenabar ci mette la sua capacità visiva (geniale la doppia velocità dall'alto sull'orda di cristiani devastatori, tragici nella loro meschinità) e un amore speciale per una storia unica. Applausi e fischi (più i primi dei secondi), il film farà discutere

mercoledì 16 dicembre 2009

John Dillinger, nemico pubblico n°1


John Herbert Dillinger (Indianapolis, 22 giugno 1903 – Chicago, 22 luglio 1934) è stato un criminale statunitense, rapinatore di banche attivo durante il periodo della grande depressione.

Nella cultura popolare viene rappresentato come un gangster americano vestito tipicamente, che imbraccia un mitra Thompson.

John Dillinger cominciò la sua carriera di rapinatore il 6 settembre 1924, quando rapinò la drogheria vicino casa propria, a Mooresville, nell'Indiana, che aveva appena 20 anni. Arrestato e rilasciato grazie all'intercessione della matrigna, John continuò sulla "cattiva strada" fino ad arrivare ad altre rapine, ben più pesanti, che gli costarono un nuovo arresto in quel di Daytona, nell'Ohio, dal cui carcere fu trasferito nella prigione di Michigan City, da dove fuggì in combutta con alcuni uomini della sua gang. Tornato alle rapine, John Dillinger rimase impresso alle vittime di tali crimini per la foggia elegante dei suoi abiti, il cappello in stile e la qualità del suo cappotto di alta sartoria: il suo stile fascinoso, infatti, contribuì non poco a fare di lui un mito.

Considerato dall'FBI e dal suo direttore J. Edgar Hoover il nemico pubblico n. 1, si guadagnò la fama di moderno Robin Hood del crimine quando, al termine delle abituali rapine, prese l'abitudine di dare alle fiamme i registri contabili su cui erano annotati i debiti e le ipoteche delle persone in difficoltà economiche, riuscendo ad attirare su di sé la riconoscenza di tanti clienti a corto di denaro in quegli anni di crisi economica e la simpatia di buona parte dell’opinione pubblica. Nonostante la sua verve ed il suo stile mai troppo brutale, però, verso la fine della sua "epopea", isolato dalla malavita, che temeva di attirare su di sè l'attenzione della polizia, ma isolato anche grazie ai metodi innovativi di ricerca dell'FBI, Dillinger si alleò con la gang di un altro noto criminale dell'epoca, cioè "Baby Face" Nelson, che era ben più rude e privo di scrupoli di Dillinger (e che assieme a lui arrivò a dividersi la fama di "nemico pubblico") per operare nuove rapine e rimpolpare le casse della sua gang.

Negli anni trenta, pur di far perdere le sue tracce, Dillinger tentò persino di cancellare le proprie impronte digitali con l'acido ma il cerchio che gli si stava stringendo attorno non si fermò dal chiudersi.

A Tucson, nel marzo 1934, fu infatti arrestato in un hotel, assieme a buona parte della sua gang, per un caso dovuto a circostanze fortuite...ma il 3 marzo 1934 evase ancora, stavolta dalla prigione di Crown Point, nell'Indiana, dove era stato rinchiuso (e dove fu immortalato in alcune famose foto che lo ritrassero ironicamente abbracciato al direttore del carcere) arrivando a scatenare un vero e proprio caso politico nazionale.

Purtroppo per lui la fuga momentanea non fu foriera di salvezza perchè per scappare John Dillinger prese in ostaggio alcuni agenti e rubò la vettura del direttore del carcere, con la quale varcò il confine dello stato dell'Indiana. Così facendo, infatti, Dillinger commise un reato federale, cosa che permise all'FBI di intervenire e quindi, dopo 4 mesi dalla sua fuga, riacciuffarlo. Dillinger fu identificato e ucciso con cinque colpi d'arma da fuoco da alcuni agenti dell'FBI mentre si trovava all'esterno di un cinema di Chicago, dal quale usciva assieme alle prostitute Polly Hamilton e Ana Cumpanas dopo aver assistito alla proiezione del film poliziesco Manhattan Melodrama con Clark Gable. John Dillinger morì il 22 giugno 1934, quando aveva appena 32 anni.

A tradirlo fu Ana Cumpanas, conosciuta anche come Anna Sage o la "Donna in Rosso" (per via del colore sgargiante dell'abito indossato per farsi riconoscere dalla polizia), la quale passò ai servizi segreti le informazioni cruciali utili per incastrare il criminale in cambio della sua permanenza in America (ed evitare quindi l'espulsione in Romania, sua terra natale, senza per altro riuscirvi, visto che l'espulsione fu poi confermata).

A partecipare all'agguato decisivo ci fu Melvin Purvis (foto sottostante), giovane G-Man nominato in prima persona da Edgar J. Hoover per coordinare le ricerche di Dillinger assieme agli uomini del neo-nato FBI, istituzione investigativa la cui nuova metodologia di lavoro contribuì non poco a stringere il cerchio attorno a Dillinger.

Nonostante la sua morte prematura e la sua vita criminale, John Dillinger, rapinatore fascinoso ed elegante, è rimasto noto nell'immaginario collettivo come una sorte di eroe del popolino, cosa che realisticamente non fu, tanto che negli States esiste anche un museo dedicato a lui ed alle sue vicende criminali.

Qui sotto la foto della fidanzata Evelyn Frechette, detta Billie. Il film di M. Mann Nemico pubblico narra la storia di Dillinger ed il suo amore per Billie. Quando fu arrestata venne tenuta 24 ore senza bere né dormire per farle confessare dove si trovasse John.


venerdì 25 settembre 2009

Caro Mac, stai cominciando a perdere…

Nell’inverno del 1982 12 uomini furono incaricati dalla National Science Foundation degli USA di raccogliere dati fisici e naturalistici nel continente antartico. Nessuno di loro poteva immaginare che questa sarebbe stata la loro ultima missione.


Mac Ready: 35 anni, pilota di elicottero. Ama gli scacchi. Odia il freddo ma la paga è buona

Garry: 46 anni, capo della stazione. Ex militare. Ha una pistola


Childs: 33 anni, nero. Meccanico e uomo jolly


Blair: 50 anni, biologo capo. Personalità forte. Molte mansioni


Fuchs: 25 anni. Assistente biologo. Sensibile, intelligente. Non adatto al comando


Dr. Cooper (nome originale Copper): 45 anni. Professionale, brava persona e buon medico


Palmer: 35 anni, secondo pilota, meccanico. Danni da assunzione di acidi in gioventù


Nauls: 22 anni. Cuoco, nero. Irriverente, simpatico. Gira sui pattini


Norris: 44 anni. geofisico, aria dimessa. Problemi di cuore


Bennings: 38 anni. Meteorologo. Affabile ed esperto

Clark: 24 anni, addetto alla muta dei cani da slitta.

Windows: 21 anni, operatore radio. Odia il suo lavoro. Riluttante


La Cosa è il remake di un film tratto da un racconto di fantascienza di J. Campbell intitolato Who goes there?, pubblicato nel 1938 sulla rivista Astounding science fiction magazine. Nel 1951 il soggetto fu adattato per un film La cosa dall’altro mondo diretto da C. Nyby.


Nello stesso anno Robert Wise presentava Ultimatum alla terra. Questi due film diedero il via alla fantascienza degli anni ’50.

Carpenter nel 1952 vide il film La cosa dall’altro mondo e rimase molto colpito, avendo circa 5 anni. Il mostro del film però era una sorta di Frankenstein, una specie di vegetale che tentava goffamente di riprodurre altre forme di vita. Il racconto di Campbell invece prevedeva un alieno in grado di assumere perfettamente le fattezze delle sue vittime.
Quando a Carpenter fu offerta la regia del film aveva appena finito di girare 1997 Fuga da NY e la sua risposta fu un entusiastico “Si!”
Bill Lancaster scrisse una sceneggiatura originale basata sulla falsa riga del precedente film ma ambientata in Antartide. Un continente completamente coperto dai ghiacci, dove non si incontrano altre forme di vita per centinaia di chilometri, caratterizzato da spazi aperti di grande ampiezza ma la tempo stesso claustrofobico vista l’impossibilità di fuggire.

Rob Bottin, che all’epoca aveva solo 20 anni, creò le varie versioni della Cosa insieme a Mike Ploog, artista del fumetto. Insieme collaborarono alla creazione di uno storyboard delle creature mostruose, scena per scena.

Bottin rischiò di ustionarsi nella scena in cui Norris si trasforma sul lettino dell’infermeria e viene bruciato con il lanciafiamme.
Creò e costruì ogni creatura mostruosa presente nel film.

Passò un anno intero sul set (dai 20 ai 21 anni), mangiando e dormendo negli studi, finchè non fu ricoverato in ospedale per una sorta di collasso psicofisico.
Carpenter avrebbe voluto inserire personaggi femminili nel cast ma alla fine optò per una squadra di ricercatori uomini.

Uomini..e cani.

Uno in particolare fu la star del set. Jed, cane lupo addestrato, recitò la parte della creatura tramuata in cane da slitta, in fuga dall’installazione norvegese. Nonostante il suo forte carattere fu un grande attore.
Gli esterni furono girati su un ghiacciaio della British Columbia mentre gli interni a Los Angeles, in una estate caldissima. Per far sì che vi fossero gli effetti del freddo nel girato, come ad esempio la condensa che esce dalla bocca degli attori, gli studi furono refrigerati e umidificati al massimo livello.Peter Kuran e Susan Turner si occuparono rispettivamente degli effetti speciali e della costruzione dei modellini come l’astronave che impatta sul pianeta all’inizio del film e come il modellino del mostro alla fine del film. La scena in cui la cosa gigantesca sbuca dal sottosuolo è stata in realtà creata interamente in miniatura, mostro compreso.
Nella produzione erano previsti due finali. Il primo è quello della versione definitiva: gli ultimi due sopravvissuti aspettano la fine degli incendi, consapevoli dell’imminente morte per assideramento. Il finale alternativo prevedeva una scena finale in cui MacReady si trovava in un’anonima stanza dove veniva sottoposto ad un test del sangue con esito negativo. Questo finale non fu mai montato.

giovedì 17 settembre 2009

Da Blade runner


"Quite an experience to live in fear, isn't it? That's what it is to be a slave! I've seen things you people wouldn't believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion... I watched C beams glitter in the dark near the Tannhauser gate. All those moments will be lost in time, like tears in rain... Time to die..."

«Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo! Io ne ho viste cose
che voi umani non potreste immaginarvi.
Navi da combattimento in fiamme
al largo dei bastioni di Orione.
E ho visto i raggi B balenare nel buio
vicino alle porte di Tannhauser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.»

Dal film "Blade runner" (1982)

venerdì 4 settembre 2009

Sei gradi di separazione


Riporto Wikipedia per spiegare la Teoria dei gradi di separazione che mi è venuta in mente ieri parlando con la mia cuginotta e mia sorella e scoprendo che entrambe, per vie assolutamente traverse, conoscevano la stessa persona, della quale peraltro io ho sentito parlare dalla mia amica.

La teoria dei sei gradi di separazione è un'ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Tale teoria è stata proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in un racconto breve intitolato Catene.

Negli anni cinquanta Ithiel de Sola Pool (MIT) e Manfred Kochen (IBM) cercarono di provare la teoria matematicamente e formularono quindi la domanda: "Dato un insieme di N persone, quale è la probabilità che ogni membro di N sia connesso ad un altro membro attraverso k1, k2, k3...kn collegamenti?". Per circa vent'anni però nessuno riuscì a risolvere il problema in modo soddisfacente.
Nel 1967 il sociologo americano Stanley Milgram trovò un nuovo sistema per testare la teoria, che egli chiamò "teoria del mondo piccolo". Selezionò casualmente un gruppo di americani del Midwest e chiese loro di mandare un pacchetto ad un estraneo che abitava nel Massachusetts, a diverse migliaia di chilometri di distanza. Ognuno di essi conosceva il nome del destinatario, la sua occupazione, e la zona in cui risiedeva, ma non l'indirizzo preciso. Fu quindi chiesto a ciascuno dei partecipanti all'esperimento di mandare il proprio pacchetto a una persona da loro conosciuta, che a loro giudizio avesse il maggior numero di possibilità di conoscere il destinatario finale. Quella persona avrebbe fatto lo stesso, e così via fino a che il pacchetto non venisse personalmente consegnato al destinatario finale.
I partecipanti si aspettavano che la catena includesse perlomeno un centinaio di intermediari, e invece ci vollero solo (in media) tra i cinque e i sette passaggi per far arrivare il pacchetto. Le scoperte di Milgram furono quindi pubblicate in Psychology Today e da qui nacque l'espressione sei gradi di separazione.
L'espressione divenne ancor più popolare quando venne scelta come titolo di un gioco pubblicato nel 1990. In seguito si scoprì che Milgram aveva basato le sue considerazioni su di un esperimento effettuato con un numero di pacchetti davvero esiguo, ma i sei gradi di separazione erano ormai diventati un fatto assodato nella cultura popolare, grazie al film 6 gradi di separazione di Fred Schepisi tratto dall'omonima commedia teatrale di John Guare plurireplicata a Broadway, e si consolidò soprattutto dopo che Brett C. Tjaden ebbe pubblicato un gioco per computer sul sito web della University of Virginia basato sul problema del mondo-piccolo. Tjaden usò infatti l'Internet Movie Database per documentare i collegamenti tra attori differenti. Time Magazine nominò il suo sito, come uno dei "10 migliori siti web del 1996". Il numero di passi tra attori differenti è però, in media, più basso di sei in quanto l'insieme degli attori contiene alcuni nodi, attori che hanno partecipato a molti film. Il grado di separazione per Kevin Bacon, l'attore su cui era originariamente incentrata questa ricerca, è all'incirca 3.
Nel 2001 Duncan Watts, un professore della Columbia University, riprese per conto suo la ricerca e ricreò l'esperimento di Milgram su Internet. Watts usò un messaggio e-mail come "pacchetto" che doveva essere consegnato e, sorprendentemente, dopo aver analizzato i dati ottenuti dagli invii effettuati da 48.000 differenti persone residenti in 157 stati diversi, nei confronti di 19 "bersagli", Watts trovò che il numero medio di intermediari era effettivamente sei. La ricerca di Watts pubblicata su Science nel 2003 e l'avvento dell'era del computer, permisero l'applicazione della teoria dei sei gradi di separazione anche in aree differenti, tra cui l'analisi delle reti informatiche ed elettriche, la trasmissione delle malattie, la teoria dei grafi, le telecomunicazioni, e la progettazione della componentistica dei computer.
Nel 2006 due ricercatori di Microsoft, sfruttando i log delle conversazioni attraverso MSN Messenger, hanno ricavato che in media fra due utenti del programma vi sono 6,6 gradi di separazione.
Nello stesso anno un servizio-inchiesta della rete televisiva ABC, confutò la convinzione di alcuni detrattori della teoria, dimostrando come lo status socioeconomico dei "bersagli" non influisca in alcun modo sul numero di gradi di separazione: la ABC ha reclutato una nota giornalista newyorkese, chiedendole di mettersi in contatto con un ex pugile disoccupato. La giornalista ci è riuscita nei canonici sei passaggi. All'ex pugile invece, è stato chiesto di contattare una nota ballerina: ci è riuscito in cinque soli passaggi.