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giovedì 21 giugno 2018

Ragazze elettriche di Naomi Alderman

E' esistito un tempo in cui gli uomini erano la classe egemone e le donne la classe subalterna?
Le testimonianze archeologiche non supportano questa teoria ma è pur vero che non vi sono reperti che risalgano al periodo precedente la grande Catastrofe di 5000 anni prima quando un'apocalisse nucleare ed elettromagnetica spazzò via popoli, nazioni e con essi l'intero retaggio che custodivano.
Un ricercatore tenta di colmare il vuoto di informazioni che risalgono al periodo precedente il cataclisma e nel farlo ipotizza l'esistenza di una società profondamente diversa da quella della sua epoca.
Ne scaturisce così una narrazione degli eventi attraverso diverse voci di uomini e donne che vissero gli anni immediatamente precedenti l'apocalisse.
Questa è la traccia generale di 'Ragazze elettriche' di Naomi Alderman.
Potremmo definire questo libro un romanzo distopico ed effettivamente lo è visto che tratta di un presente alternativo; il fatto è che questo presente alternativo è così vicino al nostro che si fatica a non sentirlo proprio.
La storia ci scorre letteralmente sulla pelle, come l'elettricità di cui parla.
Un bel giorno tutte le adolescenti del mondo, quasi contemporaneamente, scoprono di poter emettere scariche elettriche dalle mani. Un muscolo striato tra le scapole permette loro di generare energia. Un'energia che possono trasmettere alle donne adulte per risvegliare il loro muscolo striato.
Questa è la storia degli eventi mondiali che potrebbero accadere dal giorno successivo a questa scoperta fino ad un'ipotetica conclusione 'basata sulle prove del caso' (come direbbe Hannibal Lecter).
Immaginiamo per un attimo cosa potrebbe accadere se tutte le femmine Sapiens sviluppassero una capacità del genere.
Già sento le donne esultare e gli uomini rabbrividire.
Ammetto di aver fatto anch'io capolino nel mio lato oscuro crogiolandomi all'idea di punizioni elettriche inflitte a porconi e malintenzionati che mi costringono a guardarmi le spalle ogni volta che cammino in una strada desolata. Ogni donna sulla faccia della terra sa cosa voglia dire valutare un percorso in solitaria.
Se il libro fosse solo questo però sarebbe una stronzata.
La nostra Naomi Alderman ci porta per mano attraverso tanti scenari in varie parti del mondo. Così gioiremo con le donne di Calcutta e della Nigeria che finalmente avranno la loro vendetta verso i loro aguzzini. Faremo il tifo per tutte le ragazze dell'est Europa vittime della tratta di schiave sessuali che finalmente friggeranno i loro stupratori.
Piano piano però cominceremo ad allarmarci di fronte ai primi fenomeni di fondamentalismo religioso fino a quando non arriveremo a sconcertarci di fronte all'emanazione di leggi sessiste che impediranno agli uomini di vivere liberamente dal punto di vista economico e intellettuale.
Da lì alla violenza indiscriminata operata da chi agisce in modi orribili solo perchè può farlo è un passo brevissimo.
Chi ha visto The handmaids tale o ha letto i Racconti dell'ancella di M. Atwood sa di cosa parlo.
Non è un libro per donne. E' per tutti. Anche perchè, diciamoci la verità, nun se semo rotti er cazzo de fà a gara tra chi è mejo? Maschi, femmine, giaguari e tigri.
Cominciamo a meritarcela sta tassonomia: Sapiens


martedì 12 giugno 2018

Il canaro di Luca Moretti

Non so perchè sia rispuntato fuori tutto insieme come uno sbuffo d'acqua da un gorgo del Tevere ma in questi giorni abbiamo ben due film che parlano di questa vecchia storia: Dogman e Rabbia furiosa.
La storia del Canaro a Roma è stata assorbita dall'immaginario collettivo come farebbe l'inchiostro di un tatuaggio. Col tempo va anche sbiadendosi ma sta lì; diventa un modo di dire, un appellativo, una metafora per una minaccia.
Tutti a Roma sanno chi è er Canaro della Magliana ma pochi sanno che di tutto ciò che se ne è detto è vero si e no un quarto.
Da fatto di cronaca succulento questo omicidio ha fatto un breve balzo nella storia per diventare immediatamente leggenda oscura e, come sempre accade, il fatto storico riferito centinaia di volte da centinaia di bocche è diventato un topos letterario, un mito, spogliato della carne e del sangue dei protagonisti nonostante parli solo di carne e sangue.
Della vittima non è fregato più niente a nessuno. Si diceva solo fosse un infame, un tossico o un cravattaro. Uno che se l'è meritata la finaccia che ha fatto.
Dell'autore si ricorda solo che lavoro faceva: a Roma chi lava i cani è detto canaro. Forse è più esatto dire 'era detto' visto che oggi se dici 'canaro' ti guardano allarmati.
Nel 1988 un canaro divenne Il Canaro appropriandosi suo malgrado dell'appellativo gergale e togliendolo a tutta una categoria.
Luca Moretti ci presenta finalmente la storia di quest'uomo raccontandola attraverso la sua stessa voce.
Pubblicato da Red Star Press il suo è un lavoro accurato che ha unito il memoriale incompiuto che il Canaro scrisse in carcere con gli atti dei processi e le interviste.
Ne esce un diario breve e profondo.
Non starò qui a raccontare il fattaccio. Leggetevi il libro.
Quello che voglio raccontare è l'intensità degli scenari evocati.
Qui non si parla solo di un delitto.
Qui si narra la storia di un luogo incerto: la Magliana.
Citando dal testo: "quaranta ettari, sette metri sotto l'argine, terra muffa e zanzare per oltre cinquantamila persone (...) alla Magliana tutto rimandava a promesse mancate, a un futuro che rimaneva sempre dall'altra parte del Tevere Infame".
Un quartiere quello della Magliana che nasce disordinatamente, ospitando sfollati da altri quartieri e immigrati da altre regioni. Baracche e case occupate sono il teatro di questa storia fatta di personaggi fortemente connotati ma con un'etica fluida come il fango che alla Magliana non si secca mai veramente.
Una fluidità che deriva dall'essere cresciuti per la strada, vera maestra di vita, le cui lezioni non insegnano codici rigidi di comportamento.
Chi nasce per strada, dice il protagonista, è puro perchè è libero e non soggiace alle regole del bene e del male.
Perfino le leggi non scritte dell'onore possono essere disattese in base alla necessità anche se alla fine rimane un'unica verità:

"a Roma solo il Tevere ha il diritto di essere infame"

giovedì 23 novembre 2017

Ostia!


Limen. Mi è sempre piaciuta questa parola. Vuol dire confine,soglia.
Il confine è una zona pericolosa perché non si sa quali siano le regole del gioco dall’altra parte.
Entro il confine siamo sicuri di ciò che siamo e di ciò che abbiamo. Oltre c’è l’ignoto e l’ignoto è pauroso perché ci costringerebbe a metterci in gioco completamente.
La soglia, il confine sono luoghi strani perché già ospitano un po’ di altrove. Ecco perché li consideriamo pericolosi. Sono Noi e non lo sono. Per questo ogni periferia è una soglia.
A nessuno di noi verrebbe in mente di avventurarsi in un quartiere periferico se non lo conosce già. Ci sentiremmo indifesi, nudi e deboli; questo perché non conosciamo le regole di quel luogo che, nonostante sia città, resta comunque una soglia, un posto sconosciuto.
Ostia tra tutte le periferie è la più lontana eppure ogni romano la considera casa propria.
Ostia è diversa da ogni altro quartiere. È unica. Ci abbraccia e ci accoglie ogni estate e noi pensiamo che questo basti a considerarla nostra ma ci sbagliamo e sotto sotto lo sappiamo. D’inverno infatti torna ad essere Limen pure per noi. Perdiamo ogni riferimento conosciuto e la gettiamo via; la nascondiamo ai nostri occhi come polvere sotto al tappeto. Ma Ostia vive di suo e Roma le deve molto anche se non lo sa.
C’è un libro che la racconta in maniera inconsueta e ci ricorda quanto di ciò che amiamo è nato e cresciuto a Ostia.
Il collettivo Territorio Narrante ha curato la pubblicazione di ‘Ostia! Romanzo di una periferia’, Redstar Press
Ogni capitolo è un pezzetto di cuore di qualcuno o di molti.
In queste pagine troveremo tanto di noi anche se non abbiamo vissuto personalmente nessuna di quelle storie. Vivremo una sorta di ‘familiarità’ piuttosto che di ‘esperienza vissuta’.
Ci avvicineremo a Ostia attraverso il racconto di chi l’ha vissuta e così la faremo un po’ più nostra.
Aneddoti che ci faranno venire in mente storie analoghe del nostro quartiere: dal coatto del baretto sotto casa a chi ha lottato per i diritti abitativi; dalla musica underground nata nei centri sociali agli interminabili viaggi sul trenino Roma-Lido ai quali si può sopravvivere con un bel pezzo ascoltato in cuffia.
Poi le storie uniche e indimenticabili dei film di Claudio Caligari e il triste destino della stele commemorativa della morte di Pasolini dimenticata, nascosta come un parente scomodo.
È un libro per tutti.
Per chi ama Ostia, per chi la odia e per chi non la conosce.
Per chi vive il proprio quartiere e lo ama nonostante tutti i suoi difetti. Perché il quartiere nostro è sempre er mejo de tutti.
Per chi prende i mezzi e per chi non li prende mai.
Per chi ama Caligari e per chi non sa neanche chi sia stato. (Vi perdono se correte ai ripari)
Per chi ama Pasolini… e basta.
Chi non lo ama nun se merita manco de legge sto libro

mercoledì 22 febbraio 2017

La Luisona


Oggi ho venduto una Luisona!
Voi vi chiederete cosa sia una Luisona.
Nel gergo librario inventato da me medesima dicesi Luisona di un libro così vecchio da non poter più essere reso all'editore. 
Di seguito potete leggere il breve capitolo tratto da Bar sport di Stefano Benni, il vero inventore della Luisona.
Buon divertimento. 
"Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bachecacon delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. 
Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. 
Entrando dicono: «Lameringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo». 
Oppure: «È ora di dar la polvere al krapfen». 
Solo, qualche volta, il cliente occasionaleosa avvicinarsi al sacrario. 
Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. 
Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastonabianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granellain duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. 
Subito nel bar si sparse la voce: «Hanno mangiato la Luisona!»
La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. 
La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. 
Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. 
Infatti fu trovato appena un’oradopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atrocidolori. La Luisona si era vendicata.
La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità.
Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l’esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza erinuncia, spostandosi di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l’intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi.
Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella bacheca e andarvene."
Benni, Bar sport, Feltrinelli

giovedì 30 aprile 2015

Tributo di George Martin a Robert Chambers



Come ogni nerd e fan sfegatato delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di zio George Martin non mi potevo esimere dall'acquistare il librone enciclopedico che illustra la storia dei due continenti (Westeros e Essos) in cui si svolgono le intricate vicende della saga del gioco dei troni.
Si tratta di un'opera davvero notevole; narrata come cronaca redatta da un maestro di Vecchia Città, riunisce tutto lo scibile sul mondo conosciuto recuoerando frammenti di cronache scritte da vari maestri. Non solo cronologie di guerre ma anche monografie su popolazioni mai viste nella saga ufficiale di Martin. Le descrizioni si snodano da Ovest verso Est, una cronologia che parte dall'inizio dei tempi fino all'epoca di Robert Baratheon senza però toccare gli eventi che partono dal primo libro di Martin. 
Chi ama questa saga non avrà bisogno di essere ulteriormente invogliato all'acquisto di quest'opera accurata e graficamente splendente.
Ciò che non mi aspettavo era che zio George infilasse tra le righe c he descrivono l'estremo Est un tributo sincero ad un autore che ho scoperto di recente grazie alla visione di una serie tv semplicemente magistrale: True detective. Si lo so, il titolo non è dei migliori; fa presumere coattate condite con polvere da sparo e slang newyorkese. Niente di più sbagliato. True detective è permeata da un pessimismo cosmico leopardiano e ateo. Uno dei protagonisti Rust Cole è un filosofo della dannazione umana senza divinità a supporto. Dialoghi di una profondità abissale, caratterizzazioni spettacolari e soprattutto un livello di recitazione da Oscar. Insomma chi non l'ha visto lo veda e chi l'ha visto mi capisce.
 

L'autore cui si ispira True detective e cui Martin offre un tributo che mi commuove è Robert Chambers. Il suo libro 'Il Re Giallo' è una raccolta di racconti pubblicata nel 1895. Lo stile è quello di Poe per capirci. Tutti i racconti ruotano attorno ad un'opera teatrale, 'Il re Giallo' appunto, mai andata in scena  poiché rende folle chiunque la legga. Angoscia, ineluttabilità e disorientamento permeano le vite dei personaggi che entrano in contatto col Re Giallo.
 Di seguito riporto il piccolo grande tributo di Martin verso Chambers:
'Tuttavia lontano a est, ben oltre i confini dell'impero d'oro, al di là delle leggendarie Montagne del mattino, nella città di Carcosa sul Mare Nascosto dimora in esilio un lord stregone che afferma di essere il sessantesimo imperatore giallo, discendente di una dinastia decaduta da mille anni'.

Cosa chiedere di più?
Una cosa ci sarebbe: George sbrigati a scrivere Winds of winter!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

venerdì 14 febbraio 2014

Nel fuoco - Preston & Child

Non mi stanco mai di leggere Preston e Child, specialmente quando la storia che narrano riguarda l’agente speciale Aloysius Pendergast.
L’ultima avventura di Pendergast ci porterà a rievocare un insolito incontro avvenuto nel 1889 al Lippincott's Magazine tra Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle. I due erano ospiti dell’editore Stoddart che voleva pubblicare entrambi. Quell’incontro produsse due capolavori e un incubo.
I capolavori sono a disposizione dell’umanità:  ‘Il segno dei quattro’ di Conan Doyle e ‘Il ritratto di Dorian Gray’ di Wilde.
L’incubo è materia d’indagine del nostro agente speciale preferito e ancor di più della sua pupilla Corrie Swanson.
Proprio l’incontro tra i due scrittori costituisce l’incipit del romanzo; è davvero quello che si direbbe un ‘inizio col botto’. Fantastica descrizione dei due scrittori con le loro personalità così diverse e meravigliosi i dialoghi.

passiamo alla quarta di copertina:

Durante gli scavi per una nuova costruzione vicino al vecchio cimitero di Roaring Fork, nel cuore delle Montagne Rocciose, affiorano i corpi di un gruppo di minatori uccisi e divorati da un grizzly un secolo e mezzo prima. Corrie Swanson, aspirante detective e protetta dell’agente dell’FBI Aloysius Pendergast, è la prima ad arrivare sul posto per analizzare gli scheletri. Parrebbe un sopralluogo di routine, ma ben presto viene alla luce una verità scomoda sul passato della città che mette la ragazza nei guai con le autorità locali. In suo aiuto accorre l’agente speciale Pendergast, che si ritrova invischiato in un’indagine parallela: poco dopo il suo arrivo, Roaring Fork si trasforma nel teatro degli attacchi di un piromane che appicca incendi senza una logica apparente. Indagando più a fondo e sfruttando tecniche non sempre ortodosse, Pendergast scoprirà collegamenti inaspettati tra la storia di Roaring Fork e quella della letteratura, ritrovandosi sulle tracce di un manoscritto inedito di Sir Arthur Conan Doyle: un’avventura di Sherlock Holmes che potrebbe aiutare a far luce sulle indagini…

Difficile non divorare questo romanzo.
Non scopriremo nulla di nuovo su Pendergast e il suo più che bizzarro retaggio poiché è un’avventura di Corrie ma assaporeremo con gusto le sue acute analisi delle scene del crimine e non potremo evitare di accostare l’enigmatico agente con l’investigatore più famoso della letteratura: Sherlock Holmes.
Da non perdere!

Doctor Sleep - Stephen King

Penso che Stephen King sia lo scrittore che seguo da più tempo. Mi ricordo ancora l’estate degli esami di maturità quando mia madre mi chiese cosa volessi per regalo. Le chiesi 4 libri di Stephen King.
Fu un’estate fantastica. Christine la macchina infernale, L’ombra dello scorpione, L’incendiaria e Cujo.
Da allora non ho più smesso di leggerlo e ancora mi mancano dei titoli.
Per fortuna  quando lessi Shining avevo già visto il film di Kubrick altrimenti non avrei mai potuto amare l’interpretazione che il regista fece di quello splendido libro. Sicuramente avrei comunque amato Jack Nicholson Torrance con i suoi scatti d’ira e le sue facce da folle.
Alla pagina dei ringraziamenti il nostro ‘Re’ ci racconta la genesi di Doctor Sleep; racconta di quante volte i suoi lettori gli chiedevano che fine avesse fatto Danny alias Doc, il bambino con la luccicanza che parlava con Tony il suo amico/entità invisibile che lo avvertiva dei pericoli e gli faceva vedere cose che gli altri non potevano vedere. Dopo un po’ anche il nostro scrittore preferito cominciò a chiedersi cosa stesse facendo Danny adesso, quanti anni avrebbe avuto ecc.
Doctor sleep ci toglie proprio questa curiosità e ci mostra un Daniel Torrance adulto, con tutte le cicatrici che i fantasmi dell’Overlook Hotel gli hanno lasciato.
La quarta di copertina recita:


Perseguitato dalle visioni provocate dallo shining, la luccicanza, il dono maledetto con il quale è nato, e dai fantasmi dei vecchi ospiti dell’Overlook Hotel dove ha trascorso un terribile inverno da bambino, Dan ha continuato a vagabondare per decenni. Una disperata vita on the road per liberarsi da un’eredità paterna fatta di alcolismo, violenza e depressione. Oggi, finalmente, è riuscito a mettere radici in una piccola città del New Hampshire, dove ha trovato un gruppo di amici in grado di aiutarlo e un lavoro nell’ospizio in cui quel che resta della sua luccicanza regala agli anziani pazienti l’indispensabile conforto finale. Aiutato da un gatto capace di prevedere il futuro, Torrance diventa Doctor Sleep, il Dottor Sonno. Poi Dan incontra l’evanescente Abra Stone, il cui incredibile dono, la luccicanza più abbagliante di tutti i tempi, riporta in vita i demoni di Dan e lo spinge a ingaggiare una poderosa battaglia per salvare l’esistenza e l’anima della ragazzina. Sulle superstrade d’America, infatti, i membri del Vero Nodo viaggiano in cerca di cibo. Hanno un aspetto inoffensivo: non più giovani, indossano abiti dimessi e sono perennemente in viaggio sui loro camper scassati. Ma come intuisce Dan Torrance, e come imparerà presto a sue spese la piccola Abra, si tratta in realtà di esseri quasi immortali che si nutrono proprio del calore dello shining. Uno scontro epico tra il bene e il male, una storia agghiacciante e meravigliosa, un ritorno al fantastico e all’horror dei primi lavori di King. Doctor Sleep inquieta e fa paura, ma soprattutto commuove ed emoziona.

Direi che si può tranquillamente leggere anche senza aver fatto un giro nell’Overlook Hotel del precedente romanzo; ci saranno però delle figure terrificanti che perderanno un po’ del loro oscuro potere visto che la loro storia è ben narrata in Shining e appena abbozzata nel film.
Menzione speciale per il gatto Azrael che, pur non essendo protagonista della vicenda, merita comunque il premio ‘Luccicanza’.


martedì 26 giugno 2012

Michael Ridpath, Anello dei ghiacci, Garzanti

 Come sempre la parola va alla quarta:
Islanda. Dintorni di Reykjavík. Il cielo non è mai stato così scuro e minaccioso. Le nuvole basse quasi toccano le nere acque del lago. Il detective Magnus Jonson vede a malapena il corpo, immerso nella foschia. È il cadavere di Agnar Haraldsson, uno dei più importanti studiosi dell'opera di Tolkien. La sua è una morte apparentemente assurda. Ma forse una spiegazione c'è, o quantomeno un indizio. Perché il professore, poco prima di morire, era entrato in possesso di un'antica saga nordica.
Un prezioso manoscritto vecchio di ottocento anni, forse la saga da cui Tolkien ha preso ispirazione per scrivere Il Signore degli Anelli. Ma del manoscritto e dei due uomini misteriosi che stavano trattando con lo studioso per impadronirsene si sono perse le tracce.
Magnus non ha dubbi: deve ritrovarli e capire cosa faccia parte del mito e cosa della realtà. C'è una sola strada, scavare nel passato del professore. Un passato pieno di attività poco pulite e di personaggi inquietanti. Come l'enigmatica Ingileif. Dura e ribelle, ha vissuto un'infanzia segnata dalla tragedia e dalla menzogna. E non si fida di nessuno. Come Magnus, del resto. Anche lui è cresciuto in mezzo alla morte. E forse è l'unico in grado di conquistare la sua fiducia della ragazza. Perché è di lei che ha bisogno. È nei misteri della sua famiglia che si annida la verità. Una verità spaventosa.


 La cosa più interessante di questo libro è l’atmosfera insolita dei luoghi descritti.
L’Islanda! Che luogo incredibile! Una terra emersa sui picchi della dorsale oceanica, ossia uno dei punti del pianeta in cui nasce nuova terra dagli innumerevoli vulcani presenti. Pensavo ci fossero luoghi antichi e rovine altomedievali ma in realtà proprio la frenetica attività vulcanica ricopre il vecchio rinnovando continuamente la superficie.
 E’ un luogo dove la natura è padrona con le aurore boreali, i geyser, le cascate e le rocce basaltiche scure e taglienti.
Gli islandesi si danno del tu anche se non si conoscono, i loro cognomi derivano dal nome proprio del padre; così se Gustav ha un figlio di nome Erik, il suo nome sarà Erik Gustavsson, ma se Erik farà un figlio (e lo chiamerà Bjorn) il suo cognome sarà Bjorn Eriksson. Sembra una reminiscenza di una società basata sui clan.


Terra di saghe e mitologie presenti in ogni dove. Ogni islandese conosce almeno una saga e ha almeno un parente che dice di aver visto un membro del Popolo Nascosto, una variante dei folletti.
Un poliziesco senza tante pretese ma che fa il suo dovere. Un protagonista che si trova a cavallo tra due mondi molto diversi: l’America, dove ha vissuto e l’Islanda, dove è nato e, suo malgrado, si trova a dover tornare facendo così i conti col suo retaggio.
Da leggere sotto all’ombrellone.

venerdì 22 giugno 2012

Daniel Levin, I sette fuochi del tempio, Nord


 Eccovi la quarta:
Roma. Per il giovane avvocato Jonathan Marcus è quasi un ritorno a casa. È ancora vivo in lui il ricordo del periodo trascorso in Italia per completare una ricerca sulla controversa figura di Flavio Giuseppe, lo storico ebreo che, durante le guerre giudaiche, si era alleato con Tito. Adesso Jonathan è in città per difendere un cliente dall'accusa di aver illegalmente acquistato due frammenti della Forma Urbis - un'enorme mappa in marmo della Roma imperiale raffiguranti una sezione del Colosseo. E in quei reperti Jonathan individua un riferimento proprio a Flavio Giuseppe e all'"errore" di Tito... Ostia. Dopo aver ricevuto una soffiata, il capitano dei carabinieri Jacopo Profeta perquisisce un magazzino abbandonato e, all'interno di una colonna romana, scopre il corpo imbalsamato di una donna. Sulla pelle è tatuata una frase enigmatica - La vittoria nell'ombelico del mondo - e tutt'intorno sono sparse varie pagine manoscritte di un'opera di Flavio Giuseppe. Profeta intuisce di essere caduto in una trappola e, pochi secondi prima che il magazzino venga distrutto da un'esplosione, riesce a fuggire, portando in salvo alcune pergamene... Gerusalemme. Salah al-Din, nipote del Gran Muftì, sta clandestinamente scavando sotto la Cupola della Roccia. Il suo obiettivo è localizzare la camera segreta dove Flavio Giuseppe ha nascosto una reliquia leggendaria. Il Monte del Tempio, infatti, è l'ombelico del mondo... Tre uomini, un segreto, una missione: trovare la Menorah.

 Devo dire che leggendo questo romanzo si percorre un tour archeologico di Roma davvero piacevole.
Passiamo per villa Torlonia
 entriamo nel Colosseo
 visitiamo la Sinagoga
 uscendo da Roma ci immergiamo nelle rovine di Ostia antica


Attraverso il Mediterraneo visiteremo il monte del Tempio a Gerusalemme sotto il quale è proibita qualsiasi attività di scavo archeologico.


  

Divertente. Da leggere tutto d'un fiato!

lunedì 18 giugno 2012

Glenn Cooper. L'ultimo giorno

L'ultima fatica di Glenn Cooper ci viene raccontata dalla quarta di copertina:
Milano, oggi. È la crisi più grave che il mondo abbia mai attraversato. Disorientati, giovani e anziani, credenti e atei si pongono tutti le stesse, angoscianti domande: cosa faranno ora che il più grande sogno dell'umanità si è trasformato in un incubo? Cosa succederà allo scoccare dell'ultimo giorno? Boston, qualche mese prima. È l'indagine più complessa che Cyrus O'Malley abbia mai affrontato. Sconvolto, il detective dell'FBI osserva le foto delle vittime: per l'ennesima volta, si chiede perché, dopo averle strangolate, il serial killer abbia praticato loro un minuscolo foro alla base del cranio. Per Cyrus, quel caso è diventato un'ossessione. E non importa se, per risolverlo, sarà costretto a rinunciare a tutto ciò che gli è caro... Londra, 1988. È la sensazione più travolgente che Alex Weller abbia mai provato. In estasi, il ragazzo osserva il fiume di luce che scorre davanti a lui: sull'altra sponda c'è suo padre, che lo esorta a raggiungerlo. Ma, per quanto si sforzi, Alex non riesce a muoversi e, d'improvviso, si trova di nuovo incastrato fra le lamiere, sul luogo del terribile incidente d'auto che ha causato la morte dei genitori. Da quel momento, Alex avrà un solo obiettivo: rivivere quell'esperienza. E non importa se, per farlo, sarà costretto a uccidere.

Questo libro non ha fatto in tempo ad uscire che me lo sono accaparrato e letto.
Il nostro scrittore (quasi) preferito ha sfornato un altro dei suoi parti letterari.
Devo dire che la lettura di ‘La Biblioteca dei morti’ è stata per me un’esperienza davvero piacevole. Un’idea geniale scritta benissimo grazie alla capacità di Cooper di evocare immagini attraverso le parole.
Il suo seguito, Il libro delle anime, forse non è stato altrettanto coinvolgente ma lo stile di Cooper, che ama attraversare diverse epoche storiche nei suoi racconti, invita il lettore in un cammino avventuroso attraverso le stanze del tempo fornendo tanti di quegli spunti di approfondimento che dopo la lettura del romanzo si comincia l’opera di documentazione storica sui personaggi che via via ci ha presentato nel romanzo. il viaggio non termina con la fine dei suoi romanzi. Anzi inizia proprio all’ultima pagina.
La Mappa del destino è stato, se possibile, anche più bello per me proprio perché conservava questo stile multi temporale pieno di suggerimenti storici e di divagazioni fantastiche.
Forse il Marchio del diavolo è quello che mi è piaciuto meno; ma la ragione va cercata più nell’antipatia che ho provato per la protagonista, piuttosto che per la storia in sé.
Con quest’ultimo libro, L’ultimo giorno, Cooper cambia completamente il suo stile. Non troveremo salti temporali ma non troveremo neanche un semplice thriller con vittime-serial killer-indagine-soluzione.
Dopo le prime pagine sappiamo già tutto: chi uccide, perché uccide, chi indaga e perché sospetta dell’uomo giusto.
Arrivati a pagina 50 il caso è pressoché risolto ma Glenn Cooper non è mai da sottovalutare. Presto ci troveremo ad assistere ad eventi del tutto imprevisti che scateneranno reazioni a catena di causa-effetto al punto che non potremo staccarci dal libro perché DOBBIAMO sapere cosa accadrà alla fine.
Qui però casca il proverbiale asino. Il finale non sostiene a sufficienza la portata delle nostre aspettative.
La conclusione è scarna e non illustra le reali conseguenze delle decisioni che prendono i protagonisti.
A parte questo la lettura scorre da sé come un fiume in piena e non ci lascia col pentimento di averla intrapresa.
Certo mi aspetto molto di più dal prossimo capitolo della saga Doomsday : I custodi della biblioteca, che uscirà a novembre prossimo.

giovedì 17 maggio 2012

L'inverno sta arrivando


Cala la notte, e la mia guardia ha inizio.
 Non si concluderà fino alla mia morte.
Io non avrò moglie, non possiederò terra, non sarò padre di figli.
 Non porterò corona e non vorrò gloria. Io vivrò al mio posto, e al mio posto morirò.
 Io sono la spada delle tenebre.
Io sono la sentinella che veglia sul muro.
Io sono il fuoco che arde contro il freddo, la luce che porta l'alba, il corno che risveglia i dormienti, lo scudo che veglia sui domini degli uomini.
Io consacro la mia vita e il mio onore ai Guardiani della Notte.
Per questa notte e per tutte le notti a venire.

Giuramento dei Guardiani della notte
Dalle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George Martin