Visualizzazione post con etichetta Povera Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Povera Italia. Mostra tutti i post

mercoledì 3 dicembre 2014

Pijamose Roma! Il Nero l'ha fatto - Romanzo criminale


In Romanzo criminale serie tv il Nero aveva il suo fascino.
risultava un ragazzo spietato con un suo codice di comportamento se non proprio d'onore.




Nella realtà storica Massimo Carminati veniva definito da Giuseppucci alias Libanese come 'un bravo ragazzo'.
 
Da La Repubblica di oggi ecco il suo excursus: 
"La storia di Massimo Carminati, 56 anni, milanese di nascita ma romano di adozione, si sviluppa proprio in quel periodo. Giovane, silenzioso, discreto, immerso nella piccola borghesia dell'epoca, frequenta subito gli ambienti dell'estrema destra e dopo aver militato in organizzazioni come il Fuan e Avanguardia nazionale, aderisce in pieno ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari: la banda più decisa politicamente e più efficace da un punto di vista militare della galassia terroristica fascista. Stringe subito amicizia con i suoi compagni di liceo, l'Istituto paritario Federico Tozzi del quartiere di Monteverde: Alessandro Alibrandi, figlio di un noto giudice della Capitale, Franco Anselmi, ex missino e fondatore dei Nar, e Valerio Fioravanti, promettente attore poi condannato in via definitiva per la strage alla stazione di Bologna (2 agosto del 1980, 85 morti e 218 feriti) assieme alla sua compagna Francesca Mambro.

Un gruppo compatto, immerso nella militanza attiva, già disposto a tutto. A colpire, uccidere, morire. Hanno un loro punto di ritrovo, come succedeva spesso all'epoca. Non c'erano internet e i cellulari; per vedersi bisognava uscire di casa e incontrarsi in un posto che si presidiava stabilmente. Una piazza, un incrocio, un bar. La base di Carminati e dei suoi amici era il "Fungo": una torre alta e moderna nel quartiere Eur sulla cui cima spicca un ristorante che domina la città. All'epoca era noto per essere un ritrovo di neofascisti. Faceva parte di quei tanti luoghi che trasformavano Roma, come molte città, in un territorio a macchia di leopardo: alcune presidiate dai ragazzi di sinistra, altre da quelli di destra. A metà degli anni '70, il Fungo era anche frequentato dagli elementi di quella che sarebbe diventata una delle bande più potenti a Roma e in Italia: la Banda della Magliana.

Fu in questo luogo che Massimo Carminati iniziò il suo doppio percorso della militanza neofascista e della malavita organizzata. Ricorda Daniele Bianchessi nel suo libro "Un attimo... vent'anni": "Pur partecipando solo marginalmente a scontri e sparatorie della miniguerra che ha insanguinato la Capitale intorno al 1977 fra estremisti di destra e di sinistra, Carminati gode di grandissimo prestigio. Probabilmente perché è la persona dell'ambiente di destra maggiormente legata già allora alla malavita romana, alla nascente Banda della Magliana".

Valerio Fioravanti lo stima. Per il suo profilo criminale, per le conoscenze che aveva accumulato nel corso degli anni, per la sua dimestichezza con gli ordigni esplosivi e per la disponibilità di armi che vantava. Tutti elementi che lo rendevano un militante perfetto per gli obiettivi che i Nar si prefiggevano. Il gruppo compie la prima delle tante rapine per autofinanziarsi. I traveller cheques trafugati nel caveau della Chase Manhattan bank dell'Eur vengono affidati a Franco Giuseppucci, boss della Banda della Magliana, che provvederà a riciclarli.

I legami tra neofascisti e criminalità emergente della Capitale diventano sempre più stretti. Non c'è solo il denaro rubato da ripulire. Ci sono le armi che servono per gli agguati contro i nemici politici e gestite dalla malavita. Alcune, poi ritrovate in un garage nei sotterranei del ministero della Sanità a Roma, trasformato nella Santabarbara della destra terroristica, saranno rinvenute sul treno Taranto-Milano: solo dopo si scoprirà che si trattava di un tentativo di depistaggio dalle indagini sulla strage di Bologna. Depistaggio portato avanti da due altissimi esponenti dei nostri Servizi segreti, da tempo deviati dai loro compiti costituzionali, e nel quale fu coinvolto lo stesso Carminati, poi assolto nel processo d'appello.

Non sarà l'unica assoluzione per il mercenario dei Nar. Chiamato il "guercio" per una brutta ferita all'occhio sinistro provocata da un colpo di pistola esploso dai carabinieri nel tentativo di catturarlo, Massimo Carminati è sempre uscito indenne dai tanti processi che lo accusavano di reati pesantissimi. Nonostante molti pentiti lo abbiano indicato tra gli autori di attentati e agguati mortali, su di lui la magistratura non è mai riuscita a trovare prove in grado di inchiodarlo.

Così è accaduto per l'episodio più oscuro di quella stagione: l'omicidio di Mino Pecorelli, direttore del settimanale
Op Osservatorio Propaganda, iscritto alla P2 e legato ai Servizi segreti. Assassinato con tre colpi di pistola a Roma la sera del 20 marzo del 1979, il giornalista, famoso per i suoi ricatti che lanciava attraverso le pagine della rivista, si è portato nella tomba i tanti segreti che custodiva. Aveva appena stampato l'ultimo numero con un titolo eloquente, quello che anticipava lo scandalo delle tangenti ai partiti: "Gli assegni del Presidente". Secondo Antonio Mancini, pentito della Banda della Magliana, "fu Massimo Carminati a sparare assieme a Angiolino il Biondo, Michelangelo La Barbera, un killer di Cosa Nostra. Il delitto era servito alla banda per favorire la crescita del gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari e finanziari romani, ossia negli ambienti che detenevano il potere". L'assassinio di Pecorelli era un favore a Cosa nostra. Il cemento che avrebbe sancito l'alleanza con i clan di Palermo.

Solo nel 1998, dopo una grande operazione della polizia, grazie alle rivelazioni di numerosi pentiti dalle Magliana, Carminati fu condannato in secondo grado a 10 anni di reclusione. Del "guercio" non si è più sentito parlare. L'ex militante dei Nar, affiliato a pieno titolo nella banda più aggressiva e pericolosa della Capitale, emigra all'estero. Probabilmente in Giappone, terra di rifugio per molti terroristi neri latitanti. Poi, con la stessa discrezione e cautela di sempre, rientra nella Città Eterna e inizia a tessere le vecchie amicizie. Grazie anche alla conquista del Comune di Roma da parte della destra di Gianni Alemanno al quale la destra omicida di un tempo presenta il conto. Chiede favori e li ottiene. Con incarichi, prebende, assunzioni. Il nuovo sindaco si circonda dei personaggi che aveva conosciuto e di cui si era sempre circondato. Gli ideali sono gli stessi ma i tempi sono cambiati. Basta pistole, attentati, pistole e agguati. Ora girano tutti in doppio petto: è il momento degli affari. Miliardi da incassare subito e in modo facile.

Carminati conquista spazi e territori. Impone la sua autorità rimasta intatta, gestisce i traffici di cocaina che aveva invaso i quartieri bene

della Capitale, i prestiti a strozzo, l'assegnazione dei grandi appalti pubblici. Trovando il giusto equilibrio tra i nuovi gruppi criminali che si erano fatti largo nel deserto lasciato dalla ormai dissolta Banda della Magliana e i clan siciliani e calabresi sempre più attivi a Roma grazie ai loro referenti politici. Una spartizione perfetta. Scandita da una pace che ha consentito, fino a ieri, la gestione del più grande business affaristico politico-criminale del nuovo secolo."

martedì 3 settembre 2013

Un altro Genere di comunicazione




Il blog Un altro Genere di comunicazione mostra in questo video il panorama desolante che ci offre cultura televisiva e giornalistica italiana.

La donna divisa in pezzi di corpo da offrire allo sguardo di maschietti consumatori.

L'uomo dipinto come cacciatore/padrone/guida o capofamiglia che deve essere soddisfatto / invogliato e incentivato dalla donna in qualsiasi modo poichè Lui è la figura trainante della casa e della società.

La donna allora si trova a dover competere con

1- altre donne: deve essere più scaltra dell'amica o della collega o anche della vicina. I suoi piccoli segreti estetici non possono essere condivisi con nessuna! Tranne forse il pannolone per la pipì addosso che sembra essere un problema solo femminile. Allora le due pisciasotto in ascensore si guardano con complicità quando entra l'uomo e loro possono simulare di essere 'normali' ai suoi occhi. Come se agli non capitassero perdite di urina quando la prostata grida vendetta.

2- altri oggetti (perchè la donna è un oggetto): l'automobile è una rivale che sa come invogliare l'uomo a starle dentro! la donna si dispera gridando alla macchina 'che cos'hai più di me!'
L'eterna lotta contro la macchia sulla camicia del marito e la polvere che potrebbe far scappare il fidanzato da casa. Una donna moderna sa usare la tecnologia in suo favore : aspirapolvere e lavatrici di ultima generazione non hanno segreti per lei. Lui del resto lavora in ufficio e porta i soldi a casa, sporca le camicie e non deve starnutire quando torna a casa per spalmarsi sul divano aspettando la cena.

3- se stessa: stasera mettiti la crema contro la cellulite che ti trasformerà in una gran fica domattina. Trasforma i tuoi capelli di merda in splendidi ricci capricciosi. Allisciati quella scopa che hai in testa col prodotto setificante. Allunga le tue ciglia con effetto siliconico. Sgonfia un po' quella pancia ingurgitando litri di yogurt che ti faranno cagare anche il cerume che hai nelle orecchie. Bevi l'acqua che ti fa pisciare fino ad espellere anche il liquido spinale così sarai depurata...perchè sei brutta, cicciona, gonfia e pure spettinata! E poi hai pensato che tuo figlio (il bambino messo in pericolo dallo sporco è sempre un maschietto) sta sempre seduto per terra e i germi lo potrebbero attaccare? La vogliamo dare una pulita al pavimento? E al bagno? Impugna poi lo spolverino come una colt per debellare le particelle.

Un altro genere di comunicazione è possibile. Non facciamoci manipolare come fossimo due specie diverse.

martedì 18 giugno 2013

bolzaneto: la Cassazione conferma le condanne


Da L'Internazionale:
La quinta sezione penale della cassazione ha confermato le sette condanne per le violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001.
Sette persone, sia poliziotti sia medici, sono state condannate. Quattro persone sono state assolte. E per 33 imputati il reato è andato in prescrizione.
La corte ha anche ridotto i risarcimenti nei confronti dei no global che hanno subìto le violenze nel luglio del 2001, che si erano costituiti parte civile. Alcuni risarcimenti dovranno essere valutati da un tribunale civile.
Il 5 marzo del 2010 la corte d’appello di Genova aveva condannato sette dei 44 imputati nel processo per le violenze a Bolzaneto.
Qui trovate l'intero articolo

venerdì 14 giugno 2013

GIUSEPPE UVA, A CINQUE ANNI DALLA SUA MORTE

Da Amnesty international
 Il 14 giugno 2013 saranno trascorsi cinque anni dalla morte di Giuseppe Uva, un uomo di 43 anni fermato alle 3 del mattino del 14 giugno 2008 a Varese. Insieme a un amico, Alberto Biggiogero, Giuseppe Uva venne portato in una caserma dei Carabinieri, da cui parti’ una richiesta di trattamento sanitario obbligatorio (Tso) a seguito della quale venne trasportato al pronto soccorso alle prime luci dell’alba. Successivamente, fu trasferito al reparto psichiatrico dell'ospedale di Varese, dove trascorse le ultime ore prima della morte, avvenuta nella mattinata.

A cinque anni dalla morte di Giuseppe Uva, Amnesty International Italia rileva quanto l’accertamento della verita’ sia ancora lontano.

Sulla morte di Giuseppe Uva sono stati aperti due procedimenti nei confronti del personale medico delle strutture presso le quali l’uomo venne trasferito, chiusi in primo grado con l’assoluzione degli imputati. Sull’intera vicenda rischia di cadere la prescrizione, in data 16 giugno 2014.

Il giudice di I grado ha rilevato la lacunosita’ dell’ipotesi accusatoria formulata dal pubblico ministero verso il personale medico, notando che essa poggiava ‘su basi talmente fragili da rendere francamente impossibile un qualsivoglia fondato giudizio sul merito dell’accusa (…)’, lasciando invece ‘oscure le ragioni per le quali un soggetto di soli 43 anni (…) potesse essere giunto a morte a poche ore di distanza dal ‘trattenimento’ operato nei suoi confronti dalle forze dell’ordine’.
 
Di fronte al mancato approfondimento, in fase di indagine, di quanto accaduto nel periodo trascorso tra l'intervento dei Carabinieri e l'ingresso di Giuseppe Uva al pronto soccorso, Amnesty International Italia esprime preoccupazione che le indagini portate avanti finora non siano conformi agli obblighi di efficacia, indipendenza, tempestivita’ e completezza che gli standard internazionali impongono agli stati, a fronte del decesso di una persona che si e’ trovata nelle mani delle forze di polizia.

Al contempo, l’organizzazione per i diritti umani rileva la costante stigmatizzazione nei confronti dei familiari di Giuseppe Uva, la cui sorella Lucia e’ stata querelata per diffamazione e risulta per questo indagata dalla stessa procura che ha la titolarita’ delle indagini sula morte di suo fratello.

Le vicende processuali del caso di Giuseppe Uva costituiscono per Amnesty International Italia un ulteriore segnale che e’ urgente, necessario e non piu’ differibile che il paese si doti di strumenti adeguati a prevenire morti in custodia, maltrattamenti e tortura da parte delle forze di polizia e ad investigarli in maniera efficace: tra questi, il reato di tortura e un meccanismo di prevenzione indipendente come richiesto dai trattati internazionali a cui l’Italia ha aderito e, in particolare, dal Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, ratificato dall’Italia nel 2013, come richiesto per anni da Amnesty International nei suoi appelli alle istituzioni italiane.

Le richieste dei provvedimenti legislativi e delle misure necessarie a prevenire l’impunita’ delle forze di polizia fanno parte dell’Agenda in 10 punti che Amnesty International ha sottoposto in vista delle ultime elezioni politiche a tutti i candidati e ai leader delle forze politiche in lizza, lanciando la campagna ‘Ricordati che devi rispondere’.

L’Agenda e’ stata sottoscritta da 440 candidati, di cui 117 sono stati poi eletti al parlamento.

Amnesty International Italia chiede il rispetto degli impegni presi da parte dei singoli parlamentari, nonche’ di tutti i leader che compongono il governo cosiddetto di larghe intese (Pd, Pdl, Scelta Civica, Partito radicale) in merito ai 10 punti della sua Agenda. L’organizzazione per i diritti umani sottolinea, in particolare, che tutti i leader delle forze politiche e dei partiti rappresentati nel governo si sono impegnati per l’introduzione di misure che garantiscano la trasparenza dell’operato delle forze di polizia e per l’introduzione del reato di tortura (punto 1 dell’Agenda) e si aspetta dunque che questo impegno sia mantenuto.

venerdì 7 giugno 2013

Ingiustizia è fatta






di Erri De LucaIl potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù, figlio di Giuseppe, è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l’aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.
Da Micromega

giovedì 6 giugno 2013

SENTENZA CUCCHI: DICHIARAZIONE DI ANTONIO MARCHESI DI AMNESTY

 

‘Non possiamo che attendere di conoscere le motivazioni di questa sentenza per comprendere se avra’ dato o meno una spiegazione convincente di quanto accaduto a Stefano Cucchi’ - ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

‘Sin d'ora, esprimiamo vicinanza ai suoi familiari e appoggiamo la loro esigenza di verita’ e giustizia, difficili da raggiungere - in questo come in altri casi - ogniqualvolta una persona perde la vita nelle mani delle forze di polizia. Auspichiamo che eventuali ulteriori responsabilita’ che dovessero emergere per la morte di Stefano Cucchi possano essere accertate in successivi gradi di giudizio’.

FINE DEL COMUNICATO                                                                    
Roma, 5 giugno 2013

mercoledì 5 giugno 2013

Femminicidio: analisi di Corigliano


Da Micromega:
Al delitto della giovane Fabiana di Corgliano Calabro è seguita la solita retorica del lutto inatteso e imprevedibile. Nulla di più sbagliato: quel delitto (insieme a tanti altri simili ad esso) è frutto di un clima culturale retrivo e opprimente, che costringe la donna a una sottomissione permanente alla famiglia, alle aspettative del collettivo, e infine al maschio.
di Barbara Befani e Fabio Sabatini

È insopportabile la retorica che vuole “sotto shock” il villaggio, stavolta Corigliano Calabro, in cui si è consumato l’ennesimo femminicidio. È insopportabile la retorica che attribuisce un lutto inatteso e imprevedibile a una famiglia ignara e innocente.

È insopportabile perché ad essere responsabile di questo femminicidio, di tutti quelli avvenuti e di quelli che verranno, è la cultura medievale e sessista condivisa e coltivata nella famiglia, nel villaggio e nel resto del paese. È difficile credere che si senta davvero “sotto shock” un paese in cui tutti sapevano che l’assassino era un violento che girava con il coltello in tasca, che già era stato denunciato per aver spaccato il naso alla vittima, prendendola a pugni, per gelosia (denuncia subito ritirata). Una madre che, appena vede uscire l’assassino dall’ospedale, gli domanda soltanto, secondo il racconto di Niccolò Zancan su La Stampa: “Dove me l’hai buttata?”. Parole che, di per sé, fanno pensare alla vittima come a un oggetto di cui disfarsi o, nell’ipotesi migliore, a un oggetto da consegnare al primo uomo che se la fosse presa in carico. E un padre che si limita ad affermare la sua “mancanza di approvazione” per un uomo che spacca il naso di sua figlia, mostrando apertamente di volerla possedere come un oggetto.

Un villaggio, quello che si presume sotto shock, nel cui bar sport, severo e insindacabile tribunale degli eventi cittadini, circolano commenti dai toni assolutori, che ricordano i problemi che il carnefice, poverino, deve aver avuto per colpa della madre che metteva le corna al padre con un direttore del Comune. Insomma la colpa è sempre di un’altra donna.

Chissà quante volte la famiglia, quel paese, quella cultura, devono aver mandato a Fabiana certi messaggi che la spingevano a sopportare la situazione, a mettere il suo benessere e la sua felicità dopo quella dell’uomo. A farle confondere, prima di dire basta, “amore maschile” con “volontà di controllo” e “amore femminile” con “cedimento alla volontà di controllo”.

Messaggi che sono continuati a pervenire subito dopo il femminicidio, con l’arcivescovo (considerato la massima autorità locale, chiamata a consolare la famiglia della vittima e dare pubblicamente una ragione dell’accaduto al posto di una istituzione dello Stato), che dichiara: “Preghiamo per colui che ha commesso il terribile omicidio, perché prendendo consapevolezza della gravità di quanto ha compiuto non sia sopraffatto da irrimediabili sensi di colpa ma si incontri col Dio della verità e della misericordia, che a tutti offre una strada possibile di giustizia, perdono, conversione, cambiamento di vita”.

Quell’arcivescovo che si preoccupa solo di lui, il carnefice, affinché sia perdonato e non sia sopraffatto dai sensi di colpa. Direbbe mai un arcivescovo che una donna non deve essere sopraffatta dai sensi di colpa? Quell’Arcivescovo che per rimediare alla vicenda sottolinea il bisogno di “puntare su un umanesimo che vede l’uomo per quello che è, bisogna ripartire dall’uomo e metterlo al centro”. No, caro Arcivescovo, questa vicenda ci insegna che l’uomo è già al centro, semmai è la donna che dovrebbe essere messa al centro. Ma per l’Arcivescovo, così come per il resto dell’umanità che continua a usare la parola “uomo” per riferirsi alla generica umanità, le donne non sono persone.

Fabiana è morta come un cane. È stata bruciata viva a 15 anni perché non voleva appartenere a un uomo, a colui che si era messo in testa di esserne il proprietario, con la collaborazione delle famiglie, del paese, della società, del sistema.

Eppure, nelle dichiarazioni del vescovo e nei giornali, nessuna condanna di questo sistema, del clima culturale retrivo e opprimente che costringe la donna a una sottomissione permanente alla famiglia, alle aspettative del collettivo, e infine al maschio, descritto bene da Domenico Naso sul Fatto Quotidiano. “La trattava come un oggetto”, hanno riferito i compagni di scuola della vittima ai giornalisti. Ma nessuno ha sentito il bisogno di denunciare l’oggettificazione del corpo femminile che perpetua la pretesa, il diritto, da parte del maschio, di trattare la propria compagna come un oggetto di sua proprietà.

giovedì 23 maggio 2013

Sessismo pubblicitario

 Ho provato a scrivere su Google 'Pubblicità sessista' nella sezione immagini e non avrei mai creduto che ci fossero così tanti input espliciti. non è solo una questione di cattivo gusto; è violenza, è abuso. in una società dove ormai si laureano più donne che uomini sembrano gli ultimi disperati tentativi di una specie in via di estinzione di dominare la specie che si sta facendo largo nella stessa nicchia ecologica.
Lo so è brutto descrivere così la competizione tra i sessi, ma è brutto anche parlare di competizione tra i sessi.

Siamo un'unica specie e non dovrebbe esserci una piramide alimentare con preda e predatore.
 Invece siamo ridotti proprio così.


Con la bevanda che invita il coglione che non può permettersi una bella vacanza sessuale a Cuba 


fino ad arrivare alla ciliegia che si chiama come una donna e quindi se proprio non riesci ancora a cedere alle lusinghe del cannibalismo di genere almeno ti consoli ingozzandoti di 'giorgia', 'celeste', 'stella'.....speriamo che ti strozzi con l'osso!

L'Art Director Club Italiano (ADCI) rivolge una petizione alla neoministra Josefa Idem contro gli stereotipi e i clichè di genere che si annidano nel settore pubblicitario come una colonia di pidocchi su una capigliatura folta.

"Tutti gli stereotipi ingessano lo sviluppo sociale. Gli stereotipi di genere, uniti agli stereotipi di ruolo (che nel caso delle donne sono gregari, secondari, ancillari, decorativi o ipersessualizzati) danneggiano le donne (e anche la pubblicità).

L’Art Directors Club Italiano è pronto a dare una voce a chiunque sia stufo di vedere pessima pubblicità in cui le donne vengono omologate come “casalinghe”, “nonne”, “amanti ad alto mantenimento” o “svenevoli ninfette” o “puri elementi decorativi”.

Come?

Firmando la petizione online.


Far capire che ciascuno di noi può contribuire attivamente al cambiamento, non siamo obbligati a subire."
Qui trovate la petizione da sottoscrivere.

venerdì 1 giugno 2012

Adotta una parola: FEMMINICIDIO



Ieri i tg hanno parlato dell'ennesima uccisione di una donna da parte del suo stalker.
Dall'inizio dell'anno 2012 siamo arrivati a 62 femminicidi.
Questa è la parola che l'ONU ha coniato per indicare l'oppressione del genere femminile nel sistema mondiale.
Una volta si parlava solo di 'fallo-logo-centrismo' ossia la centralità del genere maschile in tutti i campi del sapere e della politica.  
Riporto ciò che ho trovato in rete su questo argomento.

Rashida Manjoo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha appena parlato di femminicidio: «È la prima causa di morte in Italia per le donne tra i 16 e i 44 anni». Femminicidio è un neologismo ed è una brutta parola: significa la distruzione fisica, psicologica, economica, istituzionale della donna in quanto tale. Wikipedia scrive che «avviene per fattori esclusivamente culturali: il considerare la donna una res propria può far sentire l’aguzzino legittimato a decidere sulla sua vita».
È un termine coniato ufficialmente per la prima volta nel 2009, quando il Messico è stato condannato dalla Corte interamericana dei diritti umani per le 500 donne violentate e uccise dal 1993 nella totale indifferenza delle autorità di Ciudad Juarez, nello Stato di Chihuahua. C’erano cadaveri straziati buttati nella monnezza o sciolti nell’acido: secondo alcune denunce si sarebbero macchiati di questi orrori anche uomini delle forze dell’ordine. Certo, in Italia non siamo arrivati a questi livelli. Però, si tratta di delitti trasversali a tutte le classi sociali.


- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!
Stefania Noce, femminista del Movimento studentesco, è stata uccisa a Catania dal compagno laureando in psicologia che lei diceva di amare «più della sua vita». A marzo di un anno fa nella periferia romana è stato trovato il tronco del cadavere di una donna mutilato: il caso è stato archiviato subito anche dai giornali. Come se volessimo tutti chiudere gli occhi davanti a questo orrore. Rashida Manjoo nella sua relazione ha detto che «la violenza domestica si rivela la forma più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il Paese, come confermano le statistiche: dal 70 all’87 per cento dei casi si tratta di episodi all’interno della famiglia».
C’è chi sta peggio, l’abbiamo capito: dieci Paesi del Sudamerica, a cominciare dal Messico. Ma nel mondo cosiddetto civilizzato dell’Europa siamo messi davvero male. I numeri sembrano quelli di una strage. Nel 2010 le donne uccise in Italia sono state 127: il 6,7 per cento in più rispetto all’anno precedente. Dati in continua crescita dal 2005 a oggi, e solo dal 2006 al 2009 le vittime sono state 439.


Per approfondire leggi qui
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!
Le Nazioni Unite sostengono che «in 125 Paesi del mondo le leggi penalizzano davvero la violenza domestica e l’uguaglianza è garantita».
L’Italia, purtroppo, sembrerebbe far parte degli altri 139 Paesi.


- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!
Non è solo una questione di costume, ma anche di diritto, come spiega bene, in fondo, la recente sentenza della Cassazione secondo la quale gli autori di uno stupro di gruppo non meritano il carcere. E non è un caso, alla fine, che proprio in Italia stia per nascere la figura di un avvocato specializzato solo nella difesa delle donne.


- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

martedì 3 gennaio 2012

Finale di partita

Sul sito della 7 c'è uno speciale di Diego Bianchi chiamato 'Finale di partita'. Lo trovate anche sul suo blog.

E' un assoluta prova di genio sarcastico-romanesca tutta incentrata sugli ultimi avvenimenti del nostro triste e bel paese.
Descrivere il documentario, prodotto e diretto dallo stesso Bianchi alias Zoro, non rende assolutamente giustizia.
Sicuramente chi è di Roma lo apprezzerà maggiormente, ma lo consiglio a tutti gli anti berlusconiani.
Zoro è un giornalista e blogger che collabora con giornali e trasmissioni come quella della Dandini sia su Rai 3 che sulla 7.

venerdì 24 giugno 2011

NO al decreto anti intercettazioni






Nessun bavaglio all'informazione e nessun aiuto ai criminali. Le intercettazioni sono uno strumento di indagine indispensabile e i cittadini hanno tutto il diritto di essere informati sulla condotta e sulle malefatte di chi governa

venerdì 20 maggio 2011

Current non deve chiudere




Da http://nocensura.current.com/


Sky ribalta la decisione di trasmettere il canale di Al Gore e si appresta a cancellare il solo canale di Informazione Indipendente in Italia


Dal 2008 Current lavora per portare in TV quello che gli altri nascondono.

Per costruire servizi che arrivano dove gli altri non vanno.


Per dare ai propri telespettatori un'informazione varia e senza censura, perché conoscere la verità è l'unica via per formarsi un'opinione propria.


Dal 2008 Current è l'unico canale veramente indipendente in Italia.


A maggio del 2011 vogliono toglierti il diritto all'informazione indipendente. Vogliono oscurare Current.

Vogliamo fermarli.


Se lo vuoi anche tu, puoi fare la tua parte. Puoi scrivere direttamente a SKY chiedendo di non chiudere Current all'indirizzo tom.mockridge@skytv.it Amministratore Delegato di Sky Italia. Segui gli aggiornamenti su facebook.com/currentitalia e twitter (#salviamocurrent).

Tutti insieme, SALVIAMO CURRENT.


Da Main Fatti:


Intervistato in precedenza da Beppe Severgnini per Corriere.tv, l'ex vicepresidente americano aveva anche sottolineato come tale decisione sarebbe nata per fare "un favore a Berlusconi". "News Corp (la holding di Murdoch, ndr) sta cercando di entrare nel business del digitale terrestre - spiega Al Gore a Beppe Severgnini - però, per questo, ha bisogno del consenso di Berlusconi". Current Italia, infatti, spiega sempre Al Gore, è una "televisione realmente indipendente", ricordando come siano stati loro "i primi a mandare in onda Citizen Berlusconi o documentari che hanno mostrato che la sporcizia a Napoli c'è ancora". Il canale di Al Gore ospitò anche sul satellite Michele Santoro in occasione di "Raiperunanotte" nel 2010 quando i talk show furono interrotti in occasione delle regionali, ma trasmise anche il racconto personale di Roberto Saviano. In onda tra gli altri contenuti, attualmente, va "Passaparola" di Marco Travaglio, "Fuoriluogo" di Luca Telese e "Il Tritacarne" di Giuseppe Cruciani.

lunedì 28 marzo 2011

Falsa terremotata pro Mr. B


Dal sito del Fatto Quotidiano:


Che spesso a Forum ci siano attori a interpretare i protagonisti delle varie cause, è cosa nota e non fa notizia. Altro discorso è, tuttavia, quando questa prassi viene utilizzata per veicolare concetti cari al Governo. Come il presunto “miracolo aquilano”. Ecco cosa va in onda nel corso della puntata di venerdì 25 marzo, la mattina, su Canale5 (la si può vedere per una settimana sul sito ufficiale). Rita Dalla Chiesa presenta una causa di tal Marina, sedicente aquilana terremotata e titolare di un negozio di abiti da sposa. La signora chiede all’ex marito, da cui è separata, un contributo una tantum, in luogo degli alimenti, per far ripartire la propria attività. Nel corso del dibattito, la signora dice, fra l’altro, che dopo il terremoto «Hanno riaperto tutte le attività, manca solo la mia. Stanno pure ricostruendo. Anzi, dobbiamo ringraziare qualcuno che non ci ha fatto mancare niente.» Racconta la notte del 6 aprile, la descrive come «la fine del mondo. Si sono staccati persino i termosifoni dal muro.» Dice di non voler fare la terremotata a vita, di volersi rimboccare le maniche, poi ringrazia il Presidente, il Governo: «Tutti hanno le case, coi giardini, coi garage, nessuno sta in mezzo alla strada, le attività stanno riaprendo, voglio riaprire anche la mia.» Dell’emergenza abitativa all’Aquila si è già detto. Dalla Chiesa la incalza: «So che adesso mi tirerò addosso gli strali, ma dovete ringraziare anche Bertolaso, perché ha fatto un grandissimo lavoro». Comincia a diventare chiaro il messaggio: la signora Marina, che vincerà la causa, rappresenta l’ottimismo e la gratitudine, l’ex marito invece è il pessimista ingrato. Una rappresentazione binaria della realtà aquilana, che naturalmente non corrisponde al vero. Quando il giudice si ritira per deliberare, durante il talk show di commento, la cosa diventa ancora più evidente. La signora Marina dichiara, per esempio: «Sono rimaste fuori solo 300/400 persone, stanno in hotel perché gli fa pure comodo, mangiano, bevono e non pagano nulla, pure io ci vorrei andare.» La cosa, come si può verificare dal sito ufficiale del Commissario per la ricostruzione, non risponde al vero e non rappresenta la realtà aquilana. Ma c’è dell’altro. La signora non è aquilana. Su Facebook, fra i terremotati, la notizia comincia a circolare: Marina sarebbe, in realtà, una fioraia di Popoli (in provincia di Pescara). Non una terremotata. E gli aquilani veri cominciano a protestare sulla pagina Facebook del programma, in maniera veemente. I tentativi di riequilibrare il dibattito in studio vengono lasciati a poche voci disinformate: una ragazza sostiene di aver lavorato con la Protezione civile e dice che all’Aquila ci sono ancora le tendopoli. Ovviamente non è vero. Arriva persino un ragazzo veneto che propone la retorica del bisogna rimboccarsi le maniche. Il quadro si completa. L’Assessore alla Ricostruzione, Stefania Pezzopane, dice al Quotidiano d’Abruzzo: «Della sartoria della signora a L’Aquila non c’è mai stata ombra. Se avessero voluto raccontare storie vere, qui ne abbiamo tante. Il fatto che si sia voluto rappresentare un dramma con una storia finta la dice lunga sulle intenzioni di certi mezzi di informazione che hanno oscurato L’Aquila per mesi e ora, alla vigilia del secondo anno, quando sono attesi mezzi di informazione da tutta Europa in città, cercano di “ridimensionare” un presente che non è quello raccontato». Poi, scrive una lettera alla conduttrice «Durante la trasmissione persone che, mi risulta, nulla hanno a che vedere con L‟Aquila, hanno parlato della situazione attuale, facendone un quadro distorto e assolutamente non veritiero». E le rivolge un invito: «La invito a venire all’Aquila per vedere con i suoi occhi come si vive qui e che cos’è stato il nostro terremoto». Ma intanto, televisivamente parlando, il messaggio è passato. Al punto che la parte dedicata alla causa di “Marina la sarta aquilana” viene chiusa con la lettura di una mail da parte di tal Anna da Pescara. Che chiosa: «Gli aquilani sono un popolo un po’ vittimistico. Tanta gente sta approfittando della tragedia». E probabilmente, per la maggior parte degli spettatori di Forum (la puntata ha totalizzato uno share del 20,05% per 1.642.000 spettatori) l’udienza è tolta.

venerdì 28 gennaio 2011

Mitico Odifreddi!




Riporto un articolo di Repubblica scritto dal matematico 'impertinente' Piergiorgio Odifreddi:
"Le abitudini sessuali del premier hanno purtroppo trasformato gli italiani in un popolo di ossimorici guardoni-puritani, e abbattuto la barriera che esisteva tra l’informazione e il gossip. Anche solo qualche anno fa, una persona normale si sarebbe vergognata di interessarsi quotidianamente allo squallore che alberga nelle camere da letto dei vecchi ricchi e (im)potenti!
Oggi sembra invece che, da un lato, questo genere di curiosità sia di colpo diventato un segno di impegno civile. E che, dall’altro lato, gli italiani progressisti si siano improvvisamente trasformati tutti in moralisti che si scandalizzano per cose che sono sempre avvenute nelle alcove del potere: da Churchill a Kennedy, da Craxi a Gheddafi (il quale, tra parentesi, sembra essere l’inventore e l’esportatore del bunga bunga).
Più che scandalizzarmi per i racconti che provengono dal “lettone di Putin”, io confesso di provare una grande pena per l’uomo Berlusconi. La provavo già prima, a dire il vero, alla constatazione che i miliardi di euro accumulati nella sua ormai lunga vita di disonesto e disonorato lavoro, non gli avevano certo portato allegria e felicità. Al contrario, l’avevano condannato a vivere in una condizione di perpetuo rancore nei confronti del mondo intero, circondato unicamente da yes-men e yes-women di abissale levatura: da Fede a Bondi, dalla Santanchè alla Brambilla.
Ma ora mi fa ancora più pena, vedere che un uomo che spergiura sui suoi figli ed è compatito dalla ex moglie come un malato, sia costretto a divertirsi pagando prostitute che stiano monotonamente a sentire i suoi discorsi politici, che gli cantino i suoi sciocchi inni, che gli ballino intorno agitando il culo e le tette, e che siano infine disposte a partecipare alle sue ammucchiate nella speranza di soldi e regali.
In tutto questo squallore, c’è però un raggio di sole. E’ l’ultima intercettazione della “cosiddetta signora” Nicole Minetti, che costituisce la testimonianza probatoria per le accuse che la signora Berlusconi aveva lanciato a proposito delle candidature politiche delle ambigue donne che giravano e girano attorno al marito.
Perchè i media, invece di continuare a intrattenerci passivamente pubblicando le intercettazioni e le rivelazioni a proposito dei festini del premier, non iniziano attivamente a scrutinare una per una le candidate che sono state elette alle politiche e alle amministrative di questi ultimi anni? Perchè non cominciano a chieder conto a certe “cosiddette signore” come sono diventate ministre, sottosegretarie, parlamentari, assessori e consigliere?
Un nome l’ha già fatto la Minetti stessa, e l’aveva già indicato anche Veronica Lario. Ma la “cosiddetta signora” Carfagna non è che la punta dell’iceberg, sia al governo che al parlamento, così come la Minetti lo è per i consigli regionali. Stanare le altre e lanciare una campagna per le loro dimissioni sarebbe un salutare rito di purificazione nei confronti del gossip perpetuo a cui ci ha condannati il crepuscolo del dio Berlusconi. "

venerdì 21 gennaio 2011

Il corpo delle donne



E’ un po’ che volevo parlare di un libro letto di recente, ma come spesso mi capita, più un argomento mi tocca più mi riesce difficile parlarne. E’ come se, dopo aver interiorizzato un’idea, non riuscissi a tirarla fuori in maniera razionale. Il libro di cui parlo è Il corpo delle donne di Lorella Zanardo. Questo libro nasce successivamente all’omonimo documentario a dir poco scioccante.


La quarta recita così:


Nel maggio del 2009 Lorella Zanardo ha messo in rete un documentario (www.ilcorpodelledonne.com), realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, che si proponeva di innalzare il livello di consapevolezza sull’immagine delle donne nella tv italiana. Oggetto e titolo: Il Corpo delle Donne. È stato l’inizio di un cambiamento e di una grande spinta per far riguadagnare centralità alle donne e misurare la loro incidenza sul tessuto sociale e culturale del nostro paese. L’autrice racconta qui la genesi del documentario, le reazioni che ha suscitato, l’interesse inaspettato da parte delle giovani generazioni, la necessità di uscire dagli stereotipi per giungere a una nuova definizione del femminile. Inoltre, mette a fuoco nuovi strumenti di lettura dell’immagine televisiva e dei messaggi che questa veicola. E con il capitolo Nuovi occhi per la tv passa dalla denuncia alla proposta di strumenti che consentono di guardare la tv con consapevolezza. “Spegnere la tv oggi non serve,” dice Lorella Zanardo, “il vero atto innovativo è guardarla. Insieme a chi normalmente la guarda.”



Il libro parte alla grande: la Zanardo porta il figlio a vedere una mostra fotografica sugli anni ’70 e si ritrova, felicemente stupita, in mezzo ad una calca spaventosa. La delusione sarà cocente quando scoprirà che la folla non è lì perché mossa da passione civile ma perché al piano di sotto c’è niente di meno che il Gabibbo. Partirà da questo piccolo evento nella vita della giornalista un’indagine sulla televisione italiana e sul ruolo che la donna incarna nel piccolo schermo.


Il panorama è desolante: ragazze appese in mezzo ai prosciutti, vestite con abiti sadomaso in fascia oraria protetta, conduttori di quiz e giochi vari, vestiti in giacca e cravatta (ad indicare la professionalità) affiancati da donne in bikini (ad indicare la funzione puramente decorativa e sessualmente stimolante). Inquadrature strettissime fra le gambe di una ragazza in costume che sale una scaletta per tuffarsi in una piscina; commenti di conduttori sul seno di una ragazza del pubblico (“Le tette le hai lasciate a casa?”); e poi donne mature che conducono programmi mattutini o pomeridiani con le facce devastate dalla chirurgia plastica che gonfia, tira e deforma il volto nascondendolo dietro un ‘burka di carne’ (parole dell’autrice) che nega loro l’identità e l’espressione dei sentimenti attraverso la mimica facciale.


La Zanardo ci ricorda una donna vera, che non temeva di offrire l’immagine del suo vero sé.


Anna Magnani diceva al truccatore sul set: non coprirmi le occhiaie e le rughe! Ci ho messo una vita a farmele.


Mai come in questo momento diventa attuale una lettura del genere e si capisce bene quale sia la radice di questa sottocultura che ha portato all’ammasso i cervelli di tanti, troppi telespettatori che sono anestetizzati di fronte ad una ridondanza di corpi nudi di donne che non parlano, dovendo solo offrire all’occhio di chi guarda il loro corpo.


Vi ricordate Drive In?


Il nostro mister B. lavora col cervello della gente dagli anni ’80 offrendo un circo di giullari dalla comicità scadente e mignotte a basso costo. I risultati oggi, dopo più di 30 anni di questa cultura televisiva, sono ben descritti da Ray Bradbury in Farenheit 451. Libri bruciati, televisioni accese tutto il giorno dove gli attori si rivolgono allo spettatore chiamandolo cugino/a, facendolo sentire parte della famiglia.


Non riconoscete in questa descrizione un familiare o il vicino di scrivania o il passeggero accanto a voi sul mezzo che vi porta al lavoro? Quante volte avete sentito qualcuno esprimere il proprio parere sul comportamento del partecipante di questo o quel reality?


C’è un assopimento della capacità di giudizio e uno stimolo continuo verso un voyeurismo un po’ sadico nei confronti della donna che viene guardata, giudicata e maltrattata in misura direttamente proporzionale alla sua bellezza.


Poi ci stupiamo che gli scandalosi comportamenti del premier non suscitino il conato di vomito nella popolazione. Le interviste al popolino ci offrono vecchiacci libidinosi che fanno il tifo per un 73enne che va con le ragazzine o 30enni porno-dipendenti che invidiano il suddetto 73enne perché c’ha i soldi e il potere. Quello che non comprendo sono le elettrici di centrodestra che ancora difendono il vecchio porco, come le mamme degli stupratori sempre pronte a dire che è stata la ragazza a provocare.

martedì 16 novembre 2010

La cultura dell'harem


Da Repubblica di oggi

ROMA - "Berlusconi's girl problem", Berlusconi e il problema-donne. Ecco il titolo che campeggia sulla copertina del numero del 22 novembre del settimanale americano Newsweek. Illustrato da un paio di gambe femminili con scarpe dal tacco a spillo. Quattro pagine dedicate alle vicende italiane. E un ritratto impietoso dell'Italia berlusconiana, di quella che viene definita "la cultura dell'harem che sta minando l'economia italiana e il suo stesso governo".

Le donne, gli scandali, la televisione, l'incuria nei confronti dei beni culturali del Paese. Una serie di vergogne, quelle passate in rassegna dal settimanale americano. "Per berlusconi, l'eguaglianza di genere è una barzelletta", titola l'articolo di Barbie Nadeau; "Silvio si fa buttare giù, ma l'ultimo scandalo sessuale è solo uno dei suoi problemi" è invece il pezzo firmato da Jacopo Barigazzi. In un articolo si ripercorrono le recenti vicende italiane, partendo dal crollo di Pompei. "Il ministro in carica (Bondi, ndr), quando gli hanno chiesto se si sarebbe dimesso, ha risposto che non era responsabile. E' così che funziona il governo in italia. Nessuna responsabilità. Nessuna vergogna. Nessuna attenzione a un paese che si sbriciola". E ancora: "Per quasi vent'anni l'Italia praticamente non è cresciuta e nessuno accetta la colpa".

Un altro articolo del Newsweek è invece dedicato al ruolo delle donne nel nostro Paese. Con una paginata fotografica di ragazze seminude in televisione e la descrizione - imbarazzante - di Striscia la notizia: "Due uomini di mezz'età in piedi sotto i riflettori, uno fa penzolare da una cintura una treccia d'aglio dalla forma vagamente fallica. Una ragazza striscia sul pavimento, indosso ha un costume di paillette, la scollatura a V profondissima e un perizoma. Prende la treccia d'aglio in mano e se la strofina sul viso mentre l'altro conduttore - si legge sul settimanale - le dice 'dai, girati, fammi dare un'occhiata', e le tocca il sedere. Questo è il prime time in Italia. Una parata di temi pruriginosi, un'espressione del marciume evidente proprio ai vertici del governo, un riflesso del problema più profondo della società rispetto al ruolo delle donne. Una storia senza fine di modelle minorenni, escort a pagamento, ballerine del ventre marocchine che se la spassano con un 74enne presidente del Consiglio".

E ancora, osserva l'articolo di Newsweek: "Proteste e lamentele sono rare, e se ci sono, pochi le ascoltano". Una situazione che Berlusconi "potrebbe aver creato" grazie al fatto che "il 95% del mercato televisivo è sotto il suo controllo" e per questo "è difficile fare una stima di quanto gioco abbia la sua influenza nel modo in cui le donne sono viste e vedono loro stesse. E mentre altri Paesi europei promuovono attivamente l'uguaglianza di genere come un pilastro della prosperità nazionale, Berlusconi ha guidato la carica nella direzione opposta, relegando le donne con la creazione di un modo di vederle solo come oggetti sessuali". E conclude: "E' chiaro che la caduta di Berlusconi, se avverrà, indebolirà la commistione negativa fra politica, media e discriminazione di genere. Ma perché ci siano reali progressi bisognerà riprogrammare il modo di pensare degli italiani, uomini e donne. E non basterà cambiare canale".