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mercoledì 3 dicembre 2014

Pijamose Roma! Il Nero l'ha fatto - Romanzo criminale


In Romanzo criminale serie tv il Nero aveva il suo fascino.
risultava un ragazzo spietato con un suo codice di comportamento se non proprio d'onore.




Nella realtà storica Massimo Carminati veniva definito da Giuseppucci alias Libanese come 'un bravo ragazzo'.
 
Da La Repubblica di oggi ecco il suo excursus: 
"La storia di Massimo Carminati, 56 anni, milanese di nascita ma romano di adozione, si sviluppa proprio in quel periodo. Giovane, silenzioso, discreto, immerso nella piccola borghesia dell'epoca, frequenta subito gli ambienti dell'estrema destra e dopo aver militato in organizzazioni come il Fuan e Avanguardia nazionale, aderisce in pieno ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari: la banda più decisa politicamente e più efficace da un punto di vista militare della galassia terroristica fascista. Stringe subito amicizia con i suoi compagni di liceo, l'Istituto paritario Federico Tozzi del quartiere di Monteverde: Alessandro Alibrandi, figlio di un noto giudice della Capitale, Franco Anselmi, ex missino e fondatore dei Nar, e Valerio Fioravanti, promettente attore poi condannato in via definitiva per la strage alla stazione di Bologna (2 agosto del 1980, 85 morti e 218 feriti) assieme alla sua compagna Francesca Mambro.

Un gruppo compatto, immerso nella militanza attiva, già disposto a tutto. A colpire, uccidere, morire. Hanno un loro punto di ritrovo, come succedeva spesso all'epoca. Non c'erano internet e i cellulari; per vedersi bisognava uscire di casa e incontrarsi in un posto che si presidiava stabilmente. Una piazza, un incrocio, un bar. La base di Carminati e dei suoi amici era il "Fungo": una torre alta e moderna nel quartiere Eur sulla cui cima spicca un ristorante che domina la città. All'epoca era noto per essere un ritrovo di neofascisti. Faceva parte di quei tanti luoghi che trasformavano Roma, come molte città, in un territorio a macchia di leopardo: alcune presidiate dai ragazzi di sinistra, altre da quelli di destra. A metà degli anni '70, il Fungo era anche frequentato dagli elementi di quella che sarebbe diventata una delle bande più potenti a Roma e in Italia: la Banda della Magliana.

Fu in questo luogo che Massimo Carminati iniziò il suo doppio percorso della militanza neofascista e della malavita organizzata. Ricorda Daniele Bianchessi nel suo libro "Un attimo... vent'anni": "Pur partecipando solo marginalmente a scontri e sparatorie della miniguerra che ha insanguinato la Capitale intorno al 1977 fra estremisti di destra e di sinistra, Carminati gode di grandissimo prestigio. Probabilmente perché è la persona dell'ambiente di destra maggiormente legata già allora alla malavita romana, alla nascente Banda della Magliana".

Valerio Fioravanti lo stima. Per il suo profilo criminale, per le conoscenze che aveva accumulato nel corso degli anni, per la sua dimestichezza con gli ordigni esplosivi e per la disponibilità di armi che vantava. Tutti elementi che lo rendevano un militante perfetto per gli obiettivi che i Nar si prefiggevano. Il gruppo compie la prima delle tante rapine per autofinanziarsi. I traveller cheques trafugati nel caveau della Chase Manhattan bank dell'Eur vengono affidati a Franco Giuseppucci, boss della Banda della Magliana, che provvederà a riciclarli.

I legami tra neofascisti e criminalità emergente della Capitale diventano sempre più stretti. Non c'è solo il denaro rubato da ripulire. Ci sono le armi che servono per gli agguati contro i nemici politici e gestite dalla malavita. Alcune, poi ritrovate in un garage nei sotterranei del ministero della Sanità a Roma, trasformato nella Santabarbara della destra terroristica, saranno rinvenute sul treno Taranto-Milano: solo dopo si scoprirà che si trattava di un tentativo di depistaggio dalle indagini sulla strage di Bologna. Depistaggio portato avanti da due altissimi esponenti dei nostri Servizi segreti, da tempo deviati dai loro compiti costituzionali, e nel quale fu coinvolto lo stesso Carminati, poi assolto nel processo d'appello.

Non sarà l'unica assoluzione per il mercenario dei Nar. Chiamato il "guercio" per una brutta ferita all'occhio sinistro provocata da un colpo di pistola esploso dai carabinieri nel tentativo di catturarlo, Massimo Carminati è sempre uscito indenne dai tanti processi che lo accusavano di reati pesantissimi. Nonostante molti pentiti lo abbiano indicato tra gli autori di attentati e agguati mortali, su di lui la magistratura non è mai riuscita a trovare prove in grado di inchiodarlo.

Così è accaduto per l'episodio più oscuro di quella stagione: l'omicidio di Mino Pecorelli, direttore del settimanale
Op Osservatorio Propaganda, iscritto alla P2 e legato ai Servizi segreti. Assassinato con tre colpi di pistola a Roma la sera del 20 marzo del 1979, il giornalista, famoso per i suoi ricatti che lanciava attraverso le pagine della rivista, si è portato nella tomba i tanti segreti che custodiva. Aveva appena stampato l'ultimo numero con un titolo eloquente, quello che anticipava lo scandalo delle tangenti ai partiti: "Gli assegni del Presidente". Secondo Antonio Mancini, pentito della Banda della Magliana, "fu Massimo Carminati a sparare assieme a Angiolino il Biondo, Michelangelo La Barbera, un killer di Cosa Nostra. Il delitto era servito alla banda per favorire la crescita del gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari e finanziari romani, ossia negli ambienti che detenevano il potere". L'assassinio di Pecorelli era un favore a Cosa nostra. Il cemento che avrebbe sancito l'alleanza con i clan di Palermo.

Solo nel 1998, dopo una grande operazione della polizia, grazie alle rivelazioni di numerosi pentiti dalle Magliana, Carminati fu condannato in secondo grado a 10 anni di reclusione. Del "guercio" non si è più sentito parlare. L'ex militante dei Nar, affiliato a pieno titolo nella banda più aggressiva e pericolosa della Capitale, emigra all'estero. Probabilmente in Giappone, terra di rifugio per molti terroristi neri latitanti. Poi, con la stessa discrezione e cautela di sempre, rientra nella Città Eterna e inizia a tessere le vecchie amicizie. Grazie anche alla conquista del Comune di Roma da parte della destra di Gianni Alemanno al quale la destra omicida di un tempo presenta il conto. Chiede favori e li ottiene. Con incarichi, prebende, assunzioni. Il nuovo sindaco si circonda dei personaggi che aveva conosciuto e di cui si era sempre circondato. Gli ideali sono gli stessi ma i tempi sono cambiati. Basta pistole, attentati, pistole e agguati. Ora girano tutti in doppio petto: è il momento degli affari. Miliardi da incassare subito e in modo facile.

Carminati conquista spazi e territori. Impone la sua autorità rimasta intatta, gestisce i traffici di cocaina che aveva invaso i quartieri bene

della Capitale, i prestiti a strozzo, l'assegnazione dei grandi appalti pubblici. Trovando il giusto equilibrio tra i nuovi gruppi criminali che si erano fatti largo nel deserto lasciato dalla ormai dissolta Banda della Magliana e i clan siciliani e calabresi sempre più attivi a Roma grazie ai loro referenti politici. Una spartizione perfetta. Scandita da una pace che ha consentito, fino a ieri, la gestione del più grande business affaristico politico-criminale del nuovo secolo."

mercoledì 15 settembre 2010

Storia di un eroe borghese


Assolutamente da vedere!

La ricostruzione del delitto Ambrosoli, del crack dell'Ambrosiano, dei crimini di Sindona e dello IOR ecc.

Qui la trasmissione di Piroso Niente di personale dedicata alla figura di Ambrosoli.
In copertina il libro del figlio di Ambrosoli su suo padre.

martedì 24 agosto 2010

venerdì 9 luglio 2010

In nome di Dio


Il 26 Agosto del 1978 Albino Luciani fu eletto Papa e successore di Paolo VI.


In Vaticano, parecchie persone non erano contente di questa elezione al soglio pontificio ma, forse, il più scontento di tutti era monsignor Marcinkus.

Marcinkus era il più alto in grado all’interno dello I.O.R., l’Istituto per le Opere Religiose, altrimenti detto Banca Vaticana. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione di questo pontefice che, sin dai suoi primi discorsi, aveva lasciato chiaramente intendere di voler far tornare la chiesa cattolica a quegli ideali di carità cristiana propri del cristianesimo antico, rinunciando alle ricchezze superflue.

Su due punti Luciani sembrava irremovibile: l’iscrizione degli ecclesiastici alle logge deviate della massoneria, e l’uso del denaro della chiesa alla stregua di una banca qualunque. L’irritazione del Papa peggiorava al solo sentire nominare personaggi come Calvi e Sindona che, attraverso il Banco Ambrosiano facevano transitare ingenti somme di denaro provenienti dalla mafia, dalla banda della Magliana e da società fittizie destinate a riciclare denaro sporco proveniente dal traffico di droga.

In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla P2, la massoneria deviata di Licio Gelli, buona parte dei quali erano del Vaticano. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico «O.P. Osservatore Politico» di quel Mino Pecorelli destinato a scomparire un anno dopo l’elezione di Albino Luciani.

Fabiola Moretti, ex compagna di Danilo Abbruciati (Nembo Kid della serie Romanzo criminale) ed ex compagna di Antonio Mancini ‘l’accattone’ (Ricotta della serie tv) testimonia di aver pulito una pistola. Dopo averla smontata e ripulita Abbruciati la guardò e le disse: ‘Lo sai che quello è l’abbacchio di Pecorelli?’ Voleva dire che era la pistola dell’omicidio.

Tornando alla lista ecclesiastico-massonica, questa comprendeva, fra gli altri, i nomi di: Jean Villot (Segretario di Stato, matr. 041/3, iniziato a Zurigo il 6/8/66, nome in codice Jeanni), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano, matr. 41/076, 28/9/57, Casa), Paul Marcinkus (43/649, 21/8/67, Marpa), il vicedirettore de «L’osservatore Romano» don Virgilio Levi (241/3, 4/7/58, Vile), Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana, 42/58, 21/6/57, Turo).

La morte di Albino Luciani, dopo solo 33 giorni di pontificato, suscitò incredulità e stupore, sentimenti accresciuti dalle titubanze del Vaticano nello spiegare il come, il quando ed il perché dell’evento. In questo modo, l’incredulità diventò prima dubbio e poi sospetto. Era morto o l’avevano ucciso?


Fu detto all’inizio che Luciani era stato trovato morto con in mano il libro «l’imitazione di Cristo», successivamente il libro si trasformò in fogli di appunti, quindi in un discorso da tenere ai gesuiti ed infine, qualche versione ufficiosa volle che tra le sue mani ci fosse l’elenco delle nomine che il Papa intendeva rendere pubbliche il giorno dopo.

Dapprima, l’ora della morte fu fissata verso le 23 e, quindi, posticipata alle 4 del mattino. Secondo le prime informazioni, il corpo senza vita era stato trovato da uno dei segretari personali del Papa, dopo circolò la voce che a scoprirlo fosse stata una delle suore che lo assistevano.

Qualcuno insinuò che forse sarebbe stato il caso di eseguire un’autopsia e questa voce, dapprima sussurrata, arrivò ad essere gridata dalla stampa italiana e da una parte del clero.

Naturalmente l’autopsia non venne mai eseguita ed i dubbi permangono ancora oggi.



Un libro parla di questa oscura pagina della storia del trono di Pietro: David Yallop, In nome di Dio, Pironti 1985. Lo so è fuori commercio ma vale la pena sforzarsi per trovarlo in biblioteca o in rete.

Lo scrittore inglese individua 6 probabili sospetti dell’omicidio del Papa: il Segretario di Stato Jean Villot, il cardinale di Chicago John Cody, il presidente dello I.O.R. Marcinkus (in basso a destra nella foto sotto), il banchiere Michele Sindona(in basso a sinistra nella foto sotto), il banchiere Roberto Calvi (in alto a destra nella foto sotto)e Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2 (in alto a sinistra nella foto sotto), cui appartenevano tutti i sospetti.

Secondo Yallop, Gelli decise l’assassinio, Sindona e Calvi avevano buone ragioni per desiderare la morte del Papa ed avevano le capacità ed i mezzi per organizzarlo, Marcinkus sarebbe stato il catalizzatore dell’operazione mentre Cody era assenziente in quanto Luciani era intenzionato ad esonerarlo dalla sede di Chicago dove aveva attirato le attenzioni non solo della sua chiesa ma addirittura della giustizia cittadina e della corte federale per amnovre finanziarie poco chiare. Villot, infine, avrebbe facilitato materialmente l’operazione.

La morte di Giovanni Paolo I scongiurò i trasferimenti di questi cardinali dai posti chiave della Curia e infatti Marcinkus rimase al suo posto fino a fine carriera. Il successore di Luciani, Giovanni Paolo II, sfruttò al massimo le competenze del banchiere di Dio usando lo IOR come riciclatore di denaro fino a sottrarre almeno 300 miliardi di lire che furono inviati in Polonia per sostenere la causa di Solidarnosc contro il governo comunista di Jaruselski.

La sparizione di questa somma generò pericolosi malumori. Il denaro infatti non era stato investito ma speso. Il Banco Ambrosiano aveva operato da tramite per questa gigantesca speculazione e Calvi (Presidente della banca) non ne uscì vivo. Si dette alla latitanza e fu trovato impiccato a Londra sotto il Ponte dei Frati Neri la mattina del 17 giugno 1982. In quel viaggio lo aveva accompagnato Flavio Carboni(a sinistra nella foto in basso), che, insieme a Pippo Calò (cassiere della mafia, a destra nella foto), Ernesto Diotallevi (banda della Magliana) e Silvano Vittor (contrabbandiere) furono processati per il delitto e in seguito assolti per insufficienza di prove.

La sparizione del denaro diede luogo ad altre rappresaglie.

Il 22 giugno 1983 scomparve nel nulla la cittadina vaticana Emanuela Orlandi.

Sabrina Minardi, ex amante di Enrico De Pedis, detto Renatino (il Dandy della serie tv) afferma che la ragazza fu rapita per dare un segnale a Giovanni Paolo II: restituire i miliardi che mafia ed esponenti della banda della Magliana (in particolare De Pedis) avevano prestato allo IOR attraverso il banco Ambrosiano.

A quanto pare Carboni non ha perso il vizio delle riunioni segrete dato che è di queste ore la notizia di un suo coinvolgimento in una sorta di gruppo segreto (loggia?) il cui scopo era favorire la promulgazione di leggi, il varo di delibere per appalti ecc.

venerdì 25 giugno 2010

Sotto scacco



Sabato 26 giugno, Roma, ore 21. Serata No bavaglio in occasione della presentazione del documentario "Sotto Scacco", di Udo Gumpel e Marco Lillo. Partecipano Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Peter Gomez, Marco Lillo, Udo Gümpel, Roberto Scarpinato, Claudio Gioè. c/o Caffé Letterario, via Ostiense 95

mercoledì 23 giugno 2010

Emanuela Orlandi è scomparsa


Sono passati 27 anni dal giorno in cui Emanuela Orlandi scomparve misteriosamente.

Ricordo i manifesti che tappezzavano tutta Roma, anche il mio quartiere. Avevo 12 anni e ricordo che la vicenda di quella ragazza poco più grande mi me mi spaventò un po'. Mi comunicava la possibilità che nessuno è al sicuro, neanche una ragazza qualsiasi; una persona normale, anonima se vogliamo.

Ieri è stato l'anniversario della scomparsa e io la voglio ricordare con una lettura.

Rita Di Giovacchino, Storie di alti prelati e gangster romani, Fazi editore



"Ventidue giugno 1983. Emanuela Orlandi, una cittadina vaticana di quindici anni, sparisce vicino alla chiesa di Sant'Apollinare. La capitale viene tappezzata da migliaia di manifesti con il suo ritratto e la scritta "Scomparsa". Ma non si scompare nel nulla al centro di Roma. Qualcuno ha visto, qualcuno sa. Sono passati venticinque anni da quel giorno e in tutto questo tempo la ragazzina non è mai stata ritrovata, né morta né viva. Eppure l'opinione pubblica non l'ha dimenticata perché il suo non è solo un caso di cronaca, ma un enigma insoluto. Anno dopo anno si è arricchito di tanti, forse troppi, scenari e attori: Marcinkus e lo IOR, Ali Agca e i Lupi Grigi, il KGB. Nel giugno del 2008, però, si apre una pista inaspettata: Sabrina Minardi - ex moglie di un famoso calciatore ma soprattutto amante storica di Enrico De Pedis, capo della Banda della Magliana - dichiara che Emanuela è stata rapita dal boss su ordine del vescovo Marcinkus e, in una seconda fase, uccisa e gettata in una betoniera. Strana coincidenza: De Pedis, ammazzato nel '90, è stato sepolto (in mezzo a cardinali, principi e artisti) proprio in quella chiesa di Sant'Apollinare da cui tutto sembra essere cominciato... Nessuno finora era riuscito a riannodare i fili che legano la scomparsa della Orlandi a quegli oscuri poteri che all'inizio degli anni Ottanta sembravano convergere in un'unica struttura politico-criminale, tanto potente da aver allungato i suoi tentacoli fin dentro il Vaticano"

mercoledì 16 giugno 2010

E bravo Mantovano!


Dal Fatto di oggi:



Il sottosegretario Alfredo Mantovano è il presidente della commissione che decide sull’ammissione al programma di protezione dei collaboratori di giustizia. La decisione di sbarrare la porta dei benefici a Gaspare Spatuzza, l’uomo che ha puntato il dito contro Berlusconi e Dell’Utri, pesa sulle sue spalle.


“Gaspare Spatuzza? Sembra un remake di un brutto film”, aveva detto nel dicembre scorso il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, anticipando, di fatto, la clamorosa decisione di ieri: al pentito che accusa il senatore Berlusconi e Dell’Utri di “relazioni pericolose” con Cosa Nostra nel periodo delle stragi, la commissione del Viminale ha negato lo status di ‘’collaboratore’’ e la conseguente ‘protezione ’’. Il motivo? Ha parlato “a rate’’ ,ben oltre i 180 giorni previsti dalla legge del 2001. Di una decisione “politica” sono convinti i magistrati che hanno ascoltato in questi due anni Spatuzza, convincendosi della sua attendibilità: “Decine di pentiti si sono comportati allo stesso modo di Spatuzza – dicono oggi a Caltanissetta – ma non risultano analoghe decisioni”.

Questa decisione non modifica in alcun modo l'andamento dei processi in corso, dato che Spatuzza è ritenuto attendibile dalle tre procure che si sono avvalse della sua testimonianza.

Cambia solo il fatto che la sua famiglia (lui è in galera) non verrà protetta, non riceverà l’assegno di mantenimento e non avrà una dimora protetta in cui vivere.

Resta il fatto che questo precedente non potrà che scoraggiare future defezioni dalla criminalità organizzata.

martedì 8 giugno 2010

Storie di libri

Questo post parla di libri.

Libri interessanti, libri incompiuti e libri misteriosamente scomparsi da librerie e biblioteche perché nessuno li potesse mai leggere.

Cominciamo dal libro interessante.

Si tratta di Profondo nero di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza - Chiarelettere editore

Dal blog di ChiareLettere: “Eccolo il mistero italiano. Il giornalista De Mauro


e lo scrittore Pasolini



avevano in mano le informazioni giuste per raccontare la verità sul volto oscuro del potere in Italia, con nomi e cognomi.
Erano gli anni Settanta.
Il primo stava preparando la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni che osò sfidare le compagnie petrolifere internazionali



Il secondo stava scrivendo il romanzo Petrolio, una denuncia contro la destra economica e la strategia della tensione, di cui il poeta parlò anche in un famoso articolo sul “Corriere della Sera” (“Cos’è questo golpe”). De Mauro e Pasolini furono entrambi ammazzati. Entrambi avrebbero denunciato una verità che nessuno voleva venisse a galla: e cioè che con l’uccisione di Mattei prende il via un'altra storia d'Italia, un intreccio perverso e di fatto eversivo che si trascina fino ai nostri giorni. Sullo sfondo si staglia il ruolo di Eugenio Cefis, ex partigiano legato a Fanfani, ritenuto dai servizi segreti il vero fondatore della P2.

Le carte dell’inchiesta del pm Vincenzo Calia, conclusasi nel 2004, gli atti del processo De Mauro in corso a Palermo, nuove testimonianze (tra cui l’intervista inedita a Pino Pelosi, che per la prima volta fa i nomi dei suoi complici) e un’approfondita ricerca documentale hanno permesso agli autori di mettere insieme i tasselli di questo puzzle occulto che attraversa la storia italiana fino alla Seconda Repubblica.”




Passiamo ora al libro misteriosamente scomparso e al libro incompiuto. Legati indissolubilmente da una scia di sangue che va dal 1962 (morte di Mattei) al 1975 (morte di Pasolini) passando per la scomparsa di De Mauro nel 1970.

Dal blog Sconfinamenti:

E’ il 1972 quando arriva in libreria “Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di Giorgio Steimetz, una quasi biografia – non autorizzata – del presidente dell’Eni, pubblicata dall’Agenzia Milano Informazioni di Guglielmo Ragozzino, di cui Steimetz è l’alter ego. L’agenzia è finanziata da Graziano Verzotto, uomo di Enrico Mattei ed ex presidente dell’Ente minerario siciliano, nonché informatore di Mauro De Mauro, il giornalista dell’“Ora” di Palermo che fu rapito e ucciso dalla mafia nel 1970. Così come era accaduto a Mattei sette anni prima; così come accadrà a Pier Paolo Pasolini cinque anni dopo.


Questo è Cefis vive solo pochi mesi, poi sparisce. Dalle due sedi della Biblioteca Centrale spariscono anche le copie d’obbligo: se ne trova ancora traccia nel registro di quella fiorentina, ma il libro non c’è.
E si capisce: Steimetz racconta la spregiudicata avventura di uno dei timonieri del pubblico-privato, la mescolanza di poteri tra Stato e potenze occulte. Pier Paolo Pasolini sta lavorando sugli stessi temi e, forse (è il caso di Verzotto), sta utilizzando le stesse fonti; quell’anno comincia a scrivere Petrolio, il grande romanzo incompiuto sul Potere (Einaudi lo pubblicherà postumo nel 1992, 17 anni dopo la sua morte). Un romanzo del quale la critica ha enfatizzato l’aspetto omosessuale – la doppia vita di un ingegnere petrolchimico – mentre la vera sostanza di Petrolio è il «rapporto terribile tra economia e politica, le bombe fasciste e di Stato, la struttura segreta delle società “brulicanti”, come i loro nomi, in beffardi acronimi» (Gianni D’Elia, Il Petrolio delle stragi, p. 22), a partire da Eugenio Cefis, che nel libro è “Troya”.

(…)

Nel corso dell’inchiesta sull’omicidio di Mattei, il sostituto Procuratore Vincenzo Calia coglie per primo le analogie e le simmetrie tra Questo è Cefis e Petrolio e ha il merito d’aver collegato tra loro i fili di questa intricata matassa.

Il giudice Calia legge Petrolio immerso nell’indagine sulla morte del presidente dell’Eni. Fatica però a reperire Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino): un libro pubblicato nel 1972 e subito sparito. Sparito anche dalla Biblioteca nazionale di Firenze e di Roma. Il magistrato pavese non sa che una fotocopia di Questo è Cefis si può trovare al Gabinetto Viesseux di Firenze, tra le carte di Pasolini.

Ma la fortuna incontra Calia e così Calia incontra il libro, una domenica pomeriggio, su una bancarella in piazza della Vittoria a Pavia. Il magistrato può finalmente cogliere – ed è il primo a farlo – analogie e simmetrie tra il testo di Steimetz / Ragozzino e il romanzo incompiuto di Pasolini.

Dopo la morte di Pasolini la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, si scopre che parte di un capitolo di Petrolio (Lampi sull’Eni) è sparito. Il romanzo – preannunciato di 2000 pagine e destinato a rimanere incompiuto – parla dell’Eni e della morte di Enrico Mattei. (…)

Indagando sulla morte del presidente dell’Eni il giudice pavese Vincenzo Calia ha constatato la lucidità di Pasolini nel ricostruire in quel libro il degrado e la mostruosità italiana, identificando il burattinaio principale in Eugenio Cefis, affarista e “liberista” tanto quanto Enrico Mattei era utopista e “statalista”. Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita, poiché omosessuale, bensì da sicari prezzolati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti.

Il 27 marzo 2009 l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno depositato alla Procura di Roma un’istanza di riapertura delle indagini sulla morte di Pasolini. Quarant’anni dopo. Quarant’anni di verità negate.

Qui potrete trovare il testo del libro Questo è Cefis.


martedì 20 aprile 2010

Novità sul delitto Pasolini

Da www.pasolini.net


ROMA - E’ stato ascoltato dal pm per più di due ore. Ha fatto nomi, fornito dettagli, descritto persone. Si chiama Silvio Parrello, 67 anni, in arte “er pecetto”, soprannome col quale viene citato anche nel romanzo “I ragazzi di vita” (1955). Conobbe Pasolini ai tempi in cui lo scrittore viveva in via Fonteiana, a due passi dalla case popolari di via Donna Olimpia. Per anni ha raccolto informazioni, confidenze di piccoli e grandi malavitosi, indiscrezioni, ma non solo voci.


Certe cose Parrello, insomma, le ha sempre dette. Solo che questa volta davanti a lui c’era Francesco Minisci, un pm che all’epoca aveva solo 3 anni. Parrello è stato convocato venerdì scorso come «persona informata dei fatti». La sua testimonianza era stata già registrata e raccolta dall’avvocato romano Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini.


Al pm “er pacetto” ha raccontato quello che nel quartiere si dice da sempre. Vale a dire che subito dopo la morte del poeta, unaAlfa Romeo quasi identica a quella di Pasolini, sarebbe stata portata in una carrozzeria sulla via Portuense. «Era sporca di sangue e di fango, aveva una botta sulla fiancata», ha detto Parrello al magistrato.


“Er pecetto” in passato era stato già sentito dall’allora presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino e dall’avvocato di parte civile Guido Calvi. Questa volta però ha fatto i nomi. Quello del carrozziere, e, in particolare, quello dell’amico dal quale ha raccolto tutte le sue confidenze. E ha anche aggiunto il nome di un altro carrozziere che vedendo l’Alfa in quello stato e collegandola al delitto si era rifiutato di ripararla.


Ad avvalorare la versione è la relazione del perito di parte Faustino Durante. Il primo ad ipotizzare subito dopo l’omicidio che a schiacciare Pasolini fosse stata un’altra auto. Lo sterrato dell’Idroscalo, scriveva il medico-legale, «era costellato di buche profonde, la coppa dell’olio situata a 13 cm dal suolo non recava tracce di strusciature e di urti, cosa che invece doveva avere. Il terminale della marmitta non evidenziava nessun segno di urti se non lateralmente, ma erano segni di vecchie ammaccature, il frontale dell’auto era privo di tracce sia di sangue, sia di capelli, sia di cuoio capelluto».


Visionario Parrello? Nuova pista? La risposta potrebbero darla i reperti conservati in uno scatolone al Museo criminologico di Roma, se analizzati con nuove tecniche investigative. Il pezzo forte è il plantare di una scarpa destra trovato nell’auto di Pasolini. misura 41, «logoro e rovinato, non poteva appartenere certo a qualcuno ricco», indirizza i suoi sospetti Parrello. Un nome entrato e uscito dall’inchiesta, è quello di Johnny Lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, claudicante da quando in uno scontro a fuoco fu ferito al piede. Ex ergastolano attualmente in libertà vigilata.


A Parrello, un amico - di cui fa nome e cognome - avrebbe raccontato che a portare l’Alfa Romeo, «di colore azzurrino» nella carrozzeria di via Portuense sarebbe stato Antonio Pinna, esponente della malavita romana. «Pinna conosceva bene Pierpaolo e ha continuato a frequentarlo fino a pochi giorni prima dell’omicidio», ha spiegato Parrello, «Pasolini, del resto, aveva informatori e fonti personali anche in questo ambiente». In altre occasioni “er pecetto”, pittore-poeta, che ha uno studio in Via Ozenam, aveva tirato in ballo Pinna ma senza aggiungere altri particolari.


Antonio Pinna scomparve pochi giorni dopo l’inizio del processo, il 16 febbraio del 1976, «era un ottimo meccanico guidava l’auto alla grande» La sua Alfa fu trovata parcheggiata e abbandonata all’aeroporto di Fiumicino. E subito nel quartiere si collegò la scomparso al caso Pasolini. Da allora nessuno è più riuscito ad avere sue notizie. Neanche il figlio segreto, nato da una relazione prematrimoniale. Un signore che oggi ha circa 40 anni, vive nel Bergamasco e non ha mai smesso di cercare la verità sul padre.


La riapertura del caso era stata auspicata anche da Walter Veltroni, membro della Commissione parlamentare Antimafia e sollecitata dal ministro della Giustizia Angiolino Alfano. Pasolini fu ucciso all’Idroscalo di Ostia la notte del 1° novembre del 1975. Per l’omicidio fu condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere Pino Pelosi che all’epoca aveva solo 17 anni. «Quella notte con me c’erano anche i due fratelli Borsellino», rivelò al Messaggero, nel luglio del 2008, Pino “la Rana”. Ammise per la prima volta di aver conosciuto Pasolini anche prima di quella notte fatale, «mi offrì da bere in un bar alla Stazione Termini, fu lui a presentarsi».

lunedì 1 giugno 2009

Oltre a nani e ballerine anche Topolino...ops Topolanek!


Dal blog di Marco Travaglio:

"La tragicommedia di quest’uomo ridicolo, e al contempo pericoloso, che rischia di finire appeso non a un distributore di benzina, ma al suo pisello, è una formidabile cartina al tornasole per misurare la qualità degli uomini che hanno in mano la politica e l’informazione, cioè il Paese.
Un paese dove nessuno fa più il suo mestiere.
Un giornale, comicamente battezzato “Libero”, anziché fare le pulci al presidente del Consiglio, ne pubblica a puntate l’agiografia in apposite dispense da rilegare e intanto si dedica a demolire la povera Veronica, prima ritratta a seno nudo, poi sbattuta in prima pagina come fedifraga perché avrebbe “un compagno”.
La lieve differenza è che il premier è un personaggio pubblico, mentre Veronica no, dunque ciò che fa lei è affar suo, mentre ciò che fa lui è affar nostro. Il fatto che la fonte dello “scoop” su Veronica sia l’onorevole Santanchè, appena rientrata all’ovile del Pdl dopo una stagione di sguaiate polemiche (“Silvio concepisce la donna solo in posizione orizzontale”, “io non gliela darei mai” e così via), aggiunge un tocco di eleganza e di disinteresse al tutto.
Altri giornalisti, Belpietro e Amadori di Panorama, entrano in contatto con un fotografo che offre foto del premier e della sua corte di nani e ballerine a Villa Certosa: essendo dipendenti del premier, i due non si limitano a scegliere se acquistarle o rifiutarle, ma optano per una terza soluzione: denunciano il fotoreporter all’avvocato Ghedini, che è anche parlamentare. E, siccome in quelle foto “non c’è nulla da nascondere”, Ghedini chiede alla Procura di Roma e al Garante della privacy di bloccarne la pubblicazione.
Anche perché, oltre alle scenette lesbo di alcune squisite ospiti, ci sono pure le immagini del premier ceco Topolanek (non è un nome d’arte, si chiama proprio così) nudo come un verme tra cotante femmine: immagini che potrebbero sconsigliare altri capi di Stato e di governo dal frequentare ancora la dimora berlusconica.
Ma, a questo punto, il meglio lo dà la Procura di Roma, che di sabato mattina, non avendo di meglio da fare (giustizia a orologeria?), incrimina il fotografo à la carte, lo fa perquisire, gli fa sequestrare tutto ciò che ha nei computer, con accuse che vanno dalla violazione dalla privacy (tutta da dimostrare, visto che le foto nessuno le ha viste) alla tentata truffa ai danni di Belpietro (come se trattare con un giornale per vendere foto fosse una truffa; e poi, dov’è la denuncia di Belpietro?).
Naturalmente Roma non è competente su fatti avvenuti a Olbia, sotto la giurisdizione della Procura di Tempio Pausania. Che però ha già chiesto l’archiviazione per lo stesso fotografo su fatti analoghi: le foto del festino a Villa Certosa di due anni fa, pubblicate da “Oggi”.
Dunque, se si occupasse anche di questo caso, deciderebbe allo stesso modo. Un solo fatto, in questa tragicommedia, sarebbe competenza di Roma: l’uso di aerei di Stato per aviotrasportare Apicella, orchestrali e ballerine di flamenco dalla Capitale a Villa Certosa. Si chiamerebbe peculato, la prova è nelle foto sequestrate, ma non risultano indagini in tal senso. Ecco: alla fine della fiera, il delinquente è il fotografo"

giovedì 21 maggio 2009

Dieci domande al Premier + due ...o tre


Da Repubblica:


"Il presidente del Consiglio continua a non fornire risposte alle dieci domande che Giuseppe D'Avanzo gli ha rivolto su "Repubblica", una settimana fa. Berlusconi continua a opporre l'invettiva, o il silenzio. Negando, o fingendo di non vedere, i palesi risvolti pubblici (e quindi politici) di una vicenda solo all'apparenza privata.

Così, nell'indifferenza costante dei media italiani ma nell'attenzione crescente di quelli stranieri, continuano a risultare inevase le cruciali questioni sollevate dalla moglie del presidente Veronica Lario nel colloquio con Dario Cresto-Dina, le numerose contraddizioni nelle quali è incappato con la vicenda delle candidature alle europee e con il caso della giovane Noemi e della sua partecipazione alla festa di Casoria, raccontata su questo giornale da Conchita Sannino.

La storia si condisce ora di un nuovo capitolo, che ripropone e rafforza le ricostruzioni dissonanti fornite da Berlusconi fino ad oggi.

La sera del 19 novembre 2008 il presidente del Consiglio, nella splendida cornice romana di Villa Madama, ha ricevuto i più bei nomi dell'imprenditoria del Paese, per una cena ufficiale tra il governo e le grandi firme del Made in Italy. Almeno una sessantina gli invitati, che il premier ha intrattenuto insieme a diversi ministri, da Letta a Tremonti, da Bondi a Fitto. Al suo tavolo da otto, al centro del salone, insieme a stilisti di spicco come Santo Versace e la moglie, Leonardo Ferragamo e la sorella Giovanna, Paolo Zegna e Laudomia Pucci, il Cavaliere ospitava "una splendida ragazza", secondo il racconto di chi c'era. Capelli castano chiari, vestito in lamè. Berlusconi, secondo la testimonianza di un industriale che ha partecipato all'evento, l'ha presentata ai commensali come "Noemi Letizia, figlia di carissimi amici di Napoli. Sta facendo uno stage - ha aggiunto il premier - ed è qui per conoscere i grandi protagonisti del mondo della moda".
La ragazza ha parlato poco, e ascoltato molto. A un certo punto, secondo la ricostruzione di almeno tre fonti diverse invitate alla cena, ha fatto un rapido giro del salone, mentre l'orchestra suonava musiche americane e francesi. E non è passata inosservata. Uno dei commensali, seduto ad un altro tavolo a fianco all'allora segretario generale della presidenza del Consiglio Mauro Masi, ha chiesto lumi. "Chi è quella ragazza?". La risposta è stata la seguente: "È una cara amica napoletana del presidente. Non era previsto che venisse, ma lui l'ha voluta a tutti i costi, e per questo è stato addirittura necessario rivedere il "placement" del tavolo uno...". Cioè la distribuzione dei posti al tavolo nel quale era seduto il premier. A fine cena, secondo il ricordo dei presenti, sarebbe stata vista allontanarsi su un'auto blu, al seguito dell'Audi A8 nera del premier. Berlusconi, come ha affermato in diverse interviste, ha dichiarato di non aver mai conosciuto personalmente la ragazza di Casoria, e di averla incontrata un paio di volte, sempre al seguito dei suoi familiari. "Ho avuto occasione di conoscerla tramite i suoi genitori. Questo è tutto", ha detto ai microfoni di "France 2" il 6 maggio. "Sono amico del padre. Punto e basta", ha aggiunto nell'intervista a "La Stampa" il 4 maggio.

Alla luce di tutto questo, ci permettiamo di rilanciare al presidente del Consiglio due delle dieci domande che D'Avanzo gli ha già rivolto.

E cioè: "Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia?".

E "quante volte ha avuto modo di incontrare Noemi Letizia e dove?".

E dopo la scoperta che Noemi l'ha accompagnato da sola quel 19 novembre a Villa Madama, mentre a "France 2" il Cavaliere aveva detto di non averla mai vista da sola, potremmo aggiungere anche un altro interrogativo:

perché ha mentito agli italiani (e stavolta persino ai francesi)? "

martedì 19 maggio 2009

L'utilità di Facebook


Da Repubblica:

Diecimila iscritti in meno di tre giorni, tutti con le idee molto chiare: ricevere da Berlusconi le risposte alle domande poste al premier dall'inchiesta di Repubblica. Quello che era nato come un gruppo di amici indignati, oggi è una delle pagine più calde di Facebook. Con oltre diecimila iscritti, seicento messaggi postati nella bacheca, venti argomenti di discussione e sessanta link tra video, interviste e documenti, il gruppo "Berlusconi, rispondi!!!" continua a crescere a ritmo di circa tremila iscritti al giorno. E da semplice luogo di denuncia diventa una piazza propositiva. LO SPECIALE SULLE 10 DOMANDE "Vogliamo che il presidente del Consiglio risponda alle dieci domande di Repubblica". Ma non solo. I diecimila hanno invitato tutti gli iscritti a inoltrare le dieci domande alla segretria del premier e chiedono di mantenere alta l'attenzione sull'argomento. Molti hanno inoltrato alla redazione di Repubblica.it la proposta di mantenere in homepage le dieci domande fino a quando Berlusconi non risponderà. "Sono un cittadino italiano, pago le tasse fino all'ultimo centesimo, ho diritto al voto, sono incensurato - scrive nella bacheca del gruppo Raffaele Abbate - poichè Silvio Berlusconi è anche il mio presidente del Consiglio ho il pieno diritto di conoscere quali sono le sue risposte alle dieci domande sulla vicenda". E ancora. "Non c'è niente di più semplice! Dieci domande scomode attendono dieci risposte - riflette Maurizio Scarpa - se le dieci risposte non arrivano ma arriva una pesante invettiva contro chi le ha formulate nasce il naturale sospetto che le dieci domande abbiano una risposta ancora più scomoda delle domande stesse".
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Nell'area dedicata alle discussioni gli utenti si confrontano sulla natura del rapporto che lega il premier alla famiglia Letizia, ma anche sui risultati del sondaggio condotto da IPR Marketing per conto di Repubblica.it sul gradimento del governo Berlusconi ad un anno dal suo insediamento. Tra i link inseriti, oltre a materiale satirico, gli iscritti cercano di ricostruire la vicenda attraverso gli articoli apparsi sulla stampa nazionale ed internazionale. Ed il respiro del gruppo è molto più che italiano: fra i diecimila, numerosi sono gli stranieri e i cittadini italiani residenti all'estero. C'è anche chi si appella alla saggezza popolare e invita Berlusconi a seguire il vecchio detto delle nonne "domandare è lecito, rispondere è cortesia".

giovedì 14 maggio 2009

Vespa è innocente


Da Micromega:


A Porta a Porta le domande giuste a Berlusconi sulla vicenda Noemi erano pronte, non sono state fatte per un solo motivo: si sono perse a pochi secondi dall’inizio della registrazione della puntata. Secondo la ricostruzione di Articolo 21, il foglio con le domande puntualmente preparate era scivolato sotto il mobiletto dov’era alloggiata la stampante. Inutili i tentativi di recuperare il file nel computer a pochi secondi dalla trasmissione: un virus lo aveva irreparabilmente danneggiato. Buttato via dalla squadra delle pulizie, il prezioso documento è stato ritrovato questa mattina da un nostro simpatizzante che faceva colazione al bar di via Teulada.

Sporgeva da un sacco di rifiuti cartacei. Una vicenda che ha dell’incredibile, e che rende giustizia ad un buon giornalismo ingiustamente sotto accusa.Solo una serie di circostanze casuali ha impedito che quell’intervista diventasse Storia, come quella di Frost a Nixon.

Ecco le domande mai fatte:


Signor Presidente, Lei ha dichiarato di aver conosciuto il signor Elio Letizia in quanto questi era l’autista di Bettino Craxi. Il figlio di Craxi ha smentito che Letizia sia mai stato autista o collaboratore di suo padre. Lei conferma?


Lei smentisce di aver mai affermato di aver conosciuto Letizia in quanto autista di Craxi, ma i giornalisti al Suo seguito confermano di averlo ascoltato da Lei.Quindi i giornalisti si sono sbagliati.

Come ha conosciuto quindi il signor Letizia? E come ha conosciuto Noemi?


Tornando al padre di Noemi, è normale, secondo Lei, che un attivista politico di provincia, non conosciuto dai vertici del proprio partito di riferimento, possa rivolgersi a Lei in qualsiasi momento? Se sì, come? Il signor Letizia è in possesso del suo numero di cellulare?


E’ sorpreso dal fatto che nessuno dei conoscenti del signor Letizia sapesse della vostra amicizia?Lei ha detto che il signor Letizia voleva raccomandarLe la candidatura dell’ex questore di Napoli e di un esponente napoletano del PDL alle elezioni europee. Come avviene la selezione delle candidature nel Suo partito? Perché Lei non ha detto al signor Letizia di rivolgersi, ad esempio, al segretario regionale del PDL?


A proposito di candidature, il quotidiano di Suo fratello (le mostro gli articoli) ha diffusamente parlato nei giorni scorsi della candidatura alle europee di diverse donne del mondo dello spettacolo. Dopo le dichiarazioni di Sua moglie che le ha definite “ciarpame”, quasi tutte sono state cancellate, come risulta sempre dal quotidiano di proprietà di Suo fratello. Come commenta questo fatto?


Riferendosi alle notizia di stampa sul Suo divorzio, Lei ha parlato di complotto. Ma non è stata Sua moglie, la signora Veronica, a dichiarare pubblicamente che Lei frequenta minorenni?Può dirci da chi sarebbe stata influenzata Sua moglie?

Lei ha parlato con Sua moglie dopo l’intervista nelle quale lei annunciava il divorzio?

Sua moglie ha anche affermato, riferendosi alle Sue presunte frequentazioni con minorenni, che Lei “sta male”, e di aver implorato le persone a Lei vicine di “farla smettere”. Ha mai avuto pressioni o consigli dal suo staff in questo senso?


La signorina Noemi ha dichiarato di essere venuta spesso in visita da Lei, a Milano e a Roma, prima del compimento della maggiore età, evidentemente. Conferma, o la signorina è bugiarda?Noemi nella sua intervista non ha mai fatto cenno alla presenza dei genitori durante gli incontri che dice di aver avuto con Lei.

Noemi è Sua figlia?La signorina Noemi ha dichiarato di chiamarla Papi. Lei conferma?Lei ha mai visto il book fotografico di Noemi?


Presidente, Lei ha affermato di aver deciso all’ultimo momento di partecipare alla festa di compleanno della signorina Noemi. Ma risulta da alcune testimonianze del personale del ristorante di Casoria che la Polizia aveva già effettuato dei sopralluoghi la mattina precedente alla sera in cui si svolse la festa di compleanno. Come è possibile?


Lei ha anche affermato di aver dovuto anticipare la Sua partenza da Milano per Casoria dopo essere stato avvisato dal comandante del Suo elicottero che se foste rimasti avreste incontrato maltempo. Non risultano però per quel giorno avvisi al personale aereo navigante o bollettini aeroportuali che indicassero la presenza di perturbazioni tali da rendere il volo a rischio. Ricorda com’erano le condizioni meteo durante i suoi spostamenti con l’elicottero e con l’aereo?


Presidente, può spiegarci come mai è rimasto fermo all’interno del Suo aereo per 45 minuti sulla pista dell’aeroporto di Capodichino prima di arrivare al ristorante dove si svolgeva la festa di Noemi? Dalle testimonianze dei presenti, risulta che Lei sia entrato nel ristorante poco dopo l’ingresso della ragazza.


Se quindi Lei ha deciso di andare a Casoria all’ultimo momento, come ha fatto ad acquistare, o a far acquistare, il regalo per la signorina Noemi?A proposito del regalo, risulta che il valore del ciondolo da Lei donato alla signorina Noemi sia di 6.000 euro. Lei ritiene la cifra congrua alla circostanza?


Furio Colombo ha si domanda invece:

Perché, maleducatamente e con sconsiderato puntiglio di concorrente, il settimanale “Gente”, (11 maggio, n.20) fa notare con fastidiosa precisione che le foto del team giornalistico specializzato di “Chi” (proprietà Berlusconi) sono state taroccate, al punto da “ritoccare il volto del premier come lui desidera, secondo le indicazioni del fotografo personale”, al punto da aggiungere, in una delle foto, babbo Letizia che brinda? (E’ anche l’unica foto in cui babbo Letizia compare con Papi).

martedì 12 maggio 2009

Il misterioso Elio


Riporto un post dal blog di Marco Travaglio:


Dunque. Elio Letizia da Secondigliano, messo comunale, 12 mila euro dichiarati all’anno, ha una figlia, Noemi, che veste firmato e va a scuola in Mercedes con autista. Lui conosce intimamente il premier, ma né lui né il premier spiegano come e quando si sono conosciuti. Anche Noemi conosce intimamente il premier: a 15 anni inviò un book di foto a Mediaset tramite un amico di Dell’Utri; poi, a 16-17 anni, iniziò a frequentare “papi” per tirargli su il morale col karaoke. Milano, Roma, Sardegna. Ma sempre, giura Ghedini, accompagnata dai genitori. Strano: i coniugi Letizia risultano separati da anni; e il Corriere ventila addirittura un’“amicizia particolare” tra Elio e un ex dirigente comunale. Quali armi di persuasione possieda Elio per convocare il premier da Milano alla circonvallazione di Casoria, posto da paura, non è dato sapere. Salvo credere al premier: “Elio voleva parlarmi delle candidature di Malvano e Martusciello”. Uno è l’ex questore di Napoli, deputato Pdl; l’altro un consigliere regionale Pdl, fratello del coordinatore forzista in Campania. I due non han mai visto né conosciuto Elio. Che però, generoso com’è, li raccomandava lo stesso. Silvio rimane chiuso un’ora in aereo a Capodichino in attesa che Noemi entri alla festa. E, siccome ha deciso all’ultimo momento, le regala un collier che casualmente teneva in tasca, per ogni evenienza. Sempre casualmente, la scorta aveva "bonificato" il locale da eventuali pericoli già in mattinata, prima che lo stesso premier sapesse che ci sarebbe andato. E, ancora casualmente, da sotto un tavolo è poi spuntato in tempo reale un fotografo di “Chi” (Mondadori) per immortalare la scena. Tutto chiaro. Ecco perchè Veronica e Mike Bongiorno trovavano perennemente occupato: era sempre al telefono con Elio.

giovedì 7 maggio 2009

Genchi scagionato

dal blog Voglio Scendere di Marco Travaglio:

Gioacchino Genchi, additato dal Copasir, da politici di destra e sinistra e dalla stampa al seguito come un mostro che spia tutto e tutti e dunque «merita l’arresto» (Gasparri), «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge.
Lo scrive il Riesame di Roma, presieduto da Francesco Taurisano, nelle motivazioni all’annullamento dei sequestri dei computer di Genchi, disposti dai procuratori Toro e Rossi ed eseguiti dal Ros.
Di più: i giudici demoliscono pure le fantasiose accuse mosse a suo carico (abuso d’ufficio, accesso abusivo a sistema informatico, violazione dell’immunità parlamentare e del segreto di Stato). Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» (Mastella & C.): «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm De Magistris, comunicandogli ogni... coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze».
L’accesso all’anagrafe dell’Agenzia delle Entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisire i tabulati di uno 007: «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm De Magistris».
Domandina: quando tre pm di Salerno perquisirono la Procura di Catanzaro e il Riesame diede loro ragione, il Csm li cacciò su due piedi.
Ora che due pm di Roma han perquisito Genchi e il Riesame ha dato loro torto, cosa pensa di fare il Csm?
Per coerenza, non potrà che promuoverli.

giovedì 30 aprile 2009

Storia di una holding politico criminale - Parte 3


Il 16 marzo 1978 le Brigate rosse sequestrano l’allora presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Lo terranno in ostaggio per 55 giorni durante i quali si svolgeranno, in sedi diverse, trattative tra varie parti in campo: alcuni politici, le stesse Brigate rosse, membri della nuova camorra organizzata, della mafia e anche della banda della magliana. Verrano diffusi dalle BR sei comunicati, fatti trovare in posti pubblici previa telefonata a quotidiani romani. Ci fu però un settimo comunicato in cui il gruppo terroristico dichiarava di aver giustiziato l’onorevole Moro e di aver gettato il ciorpo nel lago della Duchessa (Rieti).
Il comunicato è un falso malconfezionato e il falsario che l’ha redatto è Antonio Chichiarelli detto Toni il falsario alias Il Larinese. Il Larinese è in buoni rapporti con la malavita romana e in particolare con Nembo Kid e il Libanese. I motivi per i quali il Larinese abbia confezionato questo maldestro tenativo di imitazione non saranno mai chiariti. Certo è che la banda della magliana fu allertata da più parti e invitata ad occuparsi del sequestro Moro. Raffaele Cutolo alias ‘O professore, su invito del suo avvocato Cangemi, contattò il Sardo e il Libanese per individuare il covo in cui era tenuto l’onorevole. Il Sardo, dopo pochi giorni, fece sapere al camorrista che il covo era stato individuato. Cutolo testimoniò in seguito: “Mi fu detto (dai miei tramiti) che i referenti politici dell’avvocato avevano detto di non mettere più il naso in quella vicenda”. Anche il Freddo conferma la notizia: “Durante il sequestro Moro ho partecipato a un incontro avvenuto sulla riva del Tevere, sotto ponte Marconi, al quale parteciparono il Sardo, il libanese e un uomo politico molto importante che se non ricordo male doveva essere l’onorevole Flaminio Piccoli. Io ed altri rimanemmo sulla strada. L’incontro serviva a stabilire i termini di un nostro intervento per salvare Moro.” Altre testimonianze sui contatti tra malavita e potere politico sulla vicenda Moro arrivano da Tommaso Buscetta che all’epoca stava tentando di intercedere per la liberazione dell’ostaggio. Pippo Calò alias Zio Carlo si oppose fermamente perché i suoi referenti politici non volevano che Moro fosse liberato.Anche il mafioso Stefano Bontade dichiarerà che Zio Carlo gli riferì: “ Ancora non l’hai capito che uomini politici di primo piano del suo partito non lo vogliono libero?” (dalla domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti, 8 giugno 1993)
Il 9 maggio 1978 il cadavere di Aldo Moro viene rinvenuto in una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani. Il successivo 1 ottobre i reparti speciali antiterrorismo del generale Dalla Chiesa fanno irruzione nel covo brigatista di Via Montenevoso a Milano dove trovano il memoriale dell’onorevole Moro. Durante la sua prigionia Moro scrisse molte lettere, alcune delle quali furono fatte recapitare dai brigatisti. La maggior parte degli incartamenti rimasero però in mano brigatista. Secondo il giornalista Carmine Pecorelli alias il Pidocchio il memoriale che fu reso pubblico era stato preventivamente censurato occultando riferimenti imbarazzanti a esponenti del governo, primo fra tutti Andreotti (all’epoca presidente del consiglio).

Il Pidocchio ha informatori molto attendibili poiché è un affiliato alla P2 di Licio Gelli (nella foto sotto) e i suoi sospetti troveranno conferma l’8 ottobre del 1990, quando nello stesso covo di Via Montenevoso verrà trovata una seconda copia del manoscritto che includeva scritti inediti.


In alcuni scritti Moro rivolgeva attacchi durissimi ad Andreotti che era invischiato in un passaggio di assegni tra il palazzinaro Caltagirone (attuale suocero di Pier Ferdinando Casini e proprietario del centro commerciale romano Parco Leonardo), il gruppo SIR di Nino Rovelli e l’Italcasse. Andreotti Avrebnbe negoziato personalmente alcuni assegni cedendoli a diverse persone (dalla domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti, 8 giugno 1993). Pecorelli era molto interessato alle vicende andreottiane e voleva dedicargli il numero della sua rivista OP (Osservatore Politico) col titolo ‘Gli assegni del presidente’. Per evitare l’uscita di questo numero Caltagirone fece consegnare 30 milioni alla rivista e 15 a Pecorelli. Il 20 marzo 1979 Pecorelli viene ucciso con 4 colpi di pistola silenziata. Gli autori dell’omicidio non saranno mai individuati anche se il terrorista dei NAR Walter Sordi afferma che Giusva Fioravanti aveva ucciso Pecorelli su mandato di Licio Gelli,o forse per fare un favore al Nero (Carminati), che a sua volta agiva per conto della banda della Magliana.

segue

martedì 28 aprile 2009

Storia di una holding politico criminale - Parte 2

Il primo passo del Libanese è collegare le batterie del Sardo e del Freddo per fare affari, tramite il Bufalo e Claudio Sicilia detto er Vesuviano alias Trentadenari, con la camorra di Cutolo. La camorra vende la droga e la nuova organizzazione romana la piazza su tutta Roma.
Il salto di qualità che farà da battesimo all’unione delle diverse batterie sarà una verifica operativa del sodalizio, attuata con un sequestro di persona.
Il 7 novembre 1977 a Settebagni viene sequestrato il Duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. La custodia dell’ostaggio è affidata ad una modesta banda di Montespaccato e dopo quattro mesi di vessazioni il duca viene ucciso. Il riscatto pagato ammonta a 2 miliardi di lire, divisi tra quelli di Montespaccato e i romani del Libanese. Nonostante la somma ottenuta sia molto inferiore alla richiesta di 10 miliardi, l’operazione viene considerata un successo poiché la prospettiva di una collaborazione organica tra le batterie è fattibile e si sta già attuando nel traffico di stupefacenti.
Le regole operative del patto si basano sul concetto di ‘stecca para’ ossia l’equa suddivisione dei guadagni e dei rifornimenti di droga che sarà piazzata da ogni batteria nel proprio territorio di origine.
La nuova holding criminale è nata e la sua caratteristica consociativista permetterà di agire come un unico gruppo nei grandi progetti e di mantenere l’autonomia negli ambiti criminosi direttamente controllati. Una vera e propria agenzia criminale che offre personale specializzato e mezzi.
Come nell’antica Roma, il centro di potere esigeva un tributo ma concedeva alle province autonomia locale e gestione del territorio. La differenza qui è che il tributo si traduce in un fondo comune che, reinvestito, moltiplica i profitti.
Oltre al legame con la mafia e la camorra, il Libanese acquisisce il contributo tecnico-politico del fascista Aldo Semerari, noto criminologo romano che effettua perizie psichiatriche per i tribunali nazionali. A lui fanno riferimento ‘camerati’ come il prof. Fabio De Felice e il terrorista Aleandri (del gruppo del Nero).
I tre sono legati al venerabile Maestro della Loggia Massonica Propaganda 2 (detta P2) Licio Gelli. Alla P2 sono affiliati magistrati, dirigenti delle forze dell’ordine, capi dei servizi segreti (generale Giuseppe Santovito del Sismi tessera 1630 e generale Giulio Grassini del Sisde tessera 1620), nonché imprenditori come l’attuale Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (tessera 1816).
Il collegamento con Semerari e i massoni fa si che ci sia sempre un mutuo soccorso tra le parti. La banda ricicla soldi e bottini delle rapine dei terroristi e i terroristi ripagano con azioni criminali per conto della banda o di committenti dei servizi segreti. De Felice, Semerari, Aleandri, il Libanese, il Freddo e il Bufalo, insieme al malavitoso romano Alessandro D’Ortenzi detto Zanzarone si incontrano nell’estate del 1978 nella villa di De Felice vicino a Rieti e sanciscono un’alleanza politico criminale. D’Ortenzi, in una testimonianza, afferma che: “Non si giocava certo a briscola, si parlava della destabilizzazione del paese, di creare più caos possibile con degli attentati da eseguire nella varie città italiane per creare più confusione possibile, e una volta che lo stato era allo sbando, prendere il potere”. Stabilito il vincolo associativo tra le varie batterie di Roma, attivato il collegamento con la grande criminalità nazionale (mafia e camorra), con l’eversione neofascista e con la Loggia P2, la banda della Magliana una realtà consolidata e importante.
Un’organizzazione “nella quale l’antistato consuma tutto il suo potenziale eversivo e antagonista per divenire esso stesso istituzione e sistema che si arroga il diritto di eliminare tutte le sue variabili impazzite, di proteggere tutti coloro che operano all’interno delle sue finalità (…) è certo che se vi è stata un’organizzazione permanentemente dedita al malaffare che abbia avuto protezioni e che sia stata sottovalutata nonostante gli elementi di accusa raccolti, questa è la banda della Magliana. E ciò per la vastità dei coinvolgimenti istituzionali che essa ha saputo conquistare” Requisitoria dei pubblici ministeri di Bologna Libero Mancuso e Attilio Dardani, 13 Maggio 1986
Curiosità: La serie televisiva 'Romanzo criminale' è stata preceduta, il 15 ottobre 2008, da una campagna di marketing che ha visto, per un giorno, protagonisti, quattro busti ritraenti gli attori che interpretano i componenti della banda della Magliana. Alemanno giudicò l'iniziativa una trovata pubblicitaria di “cattivo gusto”.
(segue)