giovedì 19 maggio 2011

Doors - The crystal ship



Il libro che sto leggendo mi ha fatto rispolverare il ricordo di una canzone dei Doors e mi ha fatto conoscere una poesia di Jim Morrison della quale riporto solo i versi citati nel libro.



Del libro parlerò quando lo avrò finito.




Da ‘IL GIARDINO SEPARATO’ di Jim Morrison



La morte rende angeli tutti noi



e ci dà ali dove avevamo spalle



lisce come corvine grinfie






The crystal ship (testo)




Before you sleep unto



Unconsciousness



I'd like to have another kiss



Another flashing



Chanche at bliss



Another kiss



Another kiss



The days are bright



And filled with pain



Enclose me in your gentle rain



The time you ran



Was too insane



We'll meet again



We'll meet again



Oh tell me where



Your freedom lies



The streets are fields that never die



Deliver me from reasons why



You'd rather cry



I'd rather fly



The crystal ship



Is being filled



A thousand girl



A thousand thrills



A million ways to spend your time



When we get back



I'll drop a line







La nave di cristallo (traduzione)




Prima che tu scivoli nel sonno



Dell'incoscienza



Vorrei avere un altro bacio



Un'altra risplendente



Opportunità di beatitudine



Un altro bacio



Un altro bacio



I giorni sono luminosi



E pieni di dolore



Avvolgimi nella tua dolce pioggia



Il tempo da cui sei fuggita



Era troppo insensato



Ci incontreremo ancora



Ci incontreremo ancora



Dimmi dove



Giace la tua libertà



Le strade sono campi che non muoiono mai



Salvami dalle ragioni per cui



Tu dovresti piangere



Ed io dovrei volare



La nave di cristallo



Sta per essere riempita



Mille ragazze



Mille brividi



Un milione di modi per passare il tempo



Quando torneremo



Ti scriverò

video

venerdì 22 aprile 2011

Il rito


‘In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore’ direbbe Battiato.


Non posso concordare col maestro perché io adoro l’horror in tutte le sue vesti. Amo l’horror. Perché? Non lo so, ma adoro assistere alle manifestazioni del male in tutte le sue forme. Sarà una deviazione, me ne rendo conto.


Tra tutti i film del genere poi ho una predilezione per quelli di argomento religioso e, naturalemnte nessuno potrà mai eguagliare l’Esorcista. Ancora non ho conosciuto qualcuno che non si sia letteralmente cacato in mano vedendolo.


I film che parlano del Demonio con la D maiuscola rappresentano la lotta antichissima, ancestrale tra il Bene puro e il Male puro. Una lotta che risale a prima della creazione del mondo e dell’uomo la cui anima sembrerebbe essere la posta preferita dai due concorrenti in questa eterna partita a poker. L’ultima fatica filmica che affronta l’argomento è il Rito, interpretato da Anthony Hopkins.







C’è qualcosa che non funziona in questo film. Nonostante alcune scene particolarmente coinvolgenti e ansiogene e nonostante la bravura del nostro dottor Lectar, il sapore che resta alla fine della pellicola è quello di pasto sciapo. Le emozioni svaniscono subito lasciando la sensazione di un finale buttato là senza troppa convinzione.


Eppure lo scenario era perfetto.


Roma. La Città Eterna che ha visto il cristianesimo farsi strada a suon di esecuzioni nel nostro magnifico Colosseo.


Roma. Custode e baluardo della fede da due millenni, sede in Terra dell’incarnazione di Cristo nel suo vicario, il Papa. Roma con le sue antiche rovine e i suoi cortili pieni di gatti.




Qui giugne il protagonista, un seminarista americano molto poco convinto della sua fede il quale viene inviato a seguire un corso di esorcismo in Vaticano e viene poi indirizzato verso un esorcista per assistere all’esecuzione di un rito di esorcismo. Il prete esorcista è tipo brusco e sbrigativo, che non manca di simulare rituali di allontanamento del male laddove non ravvisi la vera presenza del maligno ma solo un po’ di creduloneria.







La cosa non piace al nostro giovane e scettico seminarista che vorrebbe vedere un po’ più di medici e un po’ meno preti intorno a certi ‘pazienti’. Ben presto dovrà confrontarsi invece col maligno che lo braccherà, lo provocherà e lo indurrà a mettere a nudo i suoi traumi e a confrontarsi con le sue incertezze sulla fede e sulla vita. Insomma il vero psicologo sembrerebbe essere proprio il Demonio. E il suo lavoro lo fa talmente bene da risolvere tutti i nodi emotivi e psicologici del nostro eroe.


Lo so; sto smontando l’atmosfera. In realtà l’unico punto forte del film è proprio l’atmosfera, l’ambientazione perfetta di antiche mura e vicoli soffocanti; le case vecchie e semibuie alle quali il nostro giovane americano fatica ad abituarsi.


Purtroppo è tutto il resto a stonare.





Più che una lotta tra Bene e Male sembra una variante del sogno americano: se ci credi puoi raggiungere la vetta. Sembra una produzione di Scientology: scopri il tuo vero io e avrai il mondo ai tuoi piedi. Così il nostro eroe, a un passo dall’abisso, riesce a vincere la lotta sul demone credendo non in Dio ma in sé stesso.


Una storia di possessione dovrebbe essere un po’ più europea, dovrebbe lasciare maggiore spazio allo smarrimento, lasciare da parte il raziocinio e trascinare lo spettatore nell’abisso caotico del Male che non dorme mai.


Si dice che la vittoria più grande del Demonio sia aver fatto credere al mondo di non esistere. Qui invece abbiamo un entità che fa di tutto per dimostrare la propria esistenza allo scettico. Come un life coach (sono quelli che ti portano ad avere fiducia in te stesso per realizzarti nel lavoro) alla fine riesce a tirar fuori dal seminarista l’esorcista che è in lui e inevitabilmente se la prende in quel posto perché viene scacciato dal corpo del posseduto.






La perfezione di un film come l’esorcista non è stato solo il trucco e il vomito verde. La figura di padre Karras è meravigliosa: un uomo, un prete di lunga esperienza che sta perdendo la fede nel mondo e forse anche in Dio. Razionale ma anche empatico verso il dolore del prossimo. Pronto ad ascoltare le parole del vecchio esorcista che lotterà insieme a lui. Pronto a dare la vita per salvare una bambina massacrata nel corpo e nell’anima da un Male antichissimo che si diverte a disputarsi con Dio le anime degli uomini da un tempo immemorabile.


C’è spessore, c’è sofferenza interiore e c’è sacrificio. Tutto ciò che chiunque abbia un retaggio culturale cattolico percepisce e comprende. Il Rito è invece una produzione anglosassone, protestante e forse anche un po’ new age. Scopri il professionista che è in te. Non c’entra nulla l’antica lotta tra il Creatore e l’Angelo Caduto.


Tirando le somme è un film da vedere perché Hopkins è Hopkins e secondo me va visto sempre. Magari non al cinema pagando 7 e passa euro. Piacerà molto ai manager e ai giovani del PDL.


martedì 12 aprile 2011

Un Papa caro...anzi carissimo!



Io...se fossi Dio manderei per stracci il mio vicario in terra, ma a quanto pare il vicario non è d'accordo.



Da Micromega



Un fremito profondo agita la Chiesa del Nordest, che si appresta ad accogliere la visita pastorale di Benedetto XVI, in programma il 7 e l'8 maggio prossimi (prima tappa ad Aquileia, finale a Venezia). A turbare la comunità è il quadro di eccessi e pretese, che, con la malagrazia di un ospite non gradito, sta anticipando il viaggio del Papa. Inizialmente, a storcere il naso, era stata solo qualche anima candida. Era successo, per esempio, quando, ad inizio febbraio, si era saputo che la sartoria dei pontefici, la «X Regio» di Quarto d'Altino, aveva chiesto al governatore veneto Luca Zaia un contributo di ben 290 mila euro per la confezione delle vesti liturgiche, che saranno utilizzate durante la celebrazione della santa messa conclusiva di Parco San Giuliano, a Mestre. Poi era stata la volta dell'anticipazione sulle modalità di spostamento di Ratzinger, che in Laguna, dove un Papa manca del 1972, anno della storica visita di Paolo VI, si muoverà a bordo di elicotteri, jeep e motovedette. Anche in quel caso, però, ad agitarsi erano stati in pochi. Oggi, tuttavia, il disagio della Chiesa del Triveneto sembra avvertirsi con sempre maggiore evidenza. L'ultimo segnale, in questo senso, arriva da un piccolo centro del Vicentino, Calvene, dove il prete del paese, don Moreno Bagarella, ha deciso di scrivere al settimanale diocesano (la «Difesa del Popolo») per dichiarare la propria indisponibilità a versare la colletta speciale, promossa dai vescovi di Veneto e Friuli, per l'arrivo di Benedetto XVI. «Mi permetto di manifestare il mio dissenso –- ha affermato don Moreno nella sua lettera -– circa l'iniziativa dei vescovi di indire una colletta speciale per l'arrivo del Papa in maggio. Premetto che non metto in dubbio il valore della visita papale, ma vorrei comunicare il disagio dei parrocchiani di fronte al depliant mandatoci dalla curia e accompagnato dalle lettere dei vescovi. Il disagio – ha spiegato il sacerdote – è vedere come un evento così importante viene comunicato con un bollettino postale o con una colletta “consigliata”; cosa che a qualcuno fa subito esclamare: “Ecco un'altra occasione per la Chiesa di chiedere soldi». Don Moreno dunque ha proseguito. «Ma è proprio il caso di fare questa scelta così “sobria e generosa” – si è chiesto il prete – in questo momento in cui le famiglie hanno qualche difficoltà a dare le solite offerte in chiesa? E quale idea di chiesa passiamo ancora una volta alla nostra gente?

lunedì 11 aprile 2011

Documenti FBI su oggetti volanti


Da Repubblica


Questa volta il documento sugli Ufo viene niente meno che dall'FBI. Secondo l'agente Guy Hottel, il 22 marzo del 1950 tre oggetti volanti non identificati precipitarono nel New Mexico e furono "catturati" dal servizio investigativo americano. All'interno dei velivoli c'erano nove corpi dalle fattezze umanoidi alti circa 90-100 centimetri. Gli oggetti non identificati avevano un diametro di circa 16 m ed erano leggermente rialzati al centro. Insomma Ufo nel senso più classico del termine. "Gli occupanti erano vestiti come i piloti dei jet", racconta Hottel nel suo documento. E' possibile, conclude l'agente dell'FBI, che gli oggetti volanti siano precipitati causa delle interferenze dei numerosi radar presenti nell'area. Questa testimonianza è in una serie di altri atti resi pubblici dall'FBI negli ultimi giorni in un suo sito Internet dove vengono divulgati documenti non più segreti richiesti dai cittadini statunitensi. Il sito Vault 1 presenta testi che riguardano vari aspetti delle investigazioni dell'FBI, dai diritti civili ai ganster, dalle testimonianze di ricerche su organizzazioni criminali fino a quelli che vengono definiti "fenomeni inspiegati". I documenti vengono lasciati sul sito fin quando vi è una certa richiesta da parte del pubblico, dopo di che vengono cancellati. Attualmente tra i documenti c'è, tra gli altri, il caso Hottel. Interessante però è anche il documento che riguarda il caso ufologico noto come "incidente di


Roswell". Si verificò nel luglio del 1947, quando qualcosa di strano per quell'epoca precipitò in prossimità della cittadina di Roswell, nel New Messico. I racconti passati di mano in mano segnalano che dapprima un comunicato stampa pubblicato dalla base aerea che si trovava in prossimità di quella località parlava proprio di un "disco volante", ma poi le dichiarazioni ufficiali statunitensi spiegarono che si trattava di un semplice pallone sonda e a tal proposito vennero mostrate alcune immagini. Il caso però ha continuato ad alimentare sospetti e ancora oggi viene avanzata l'ipotesi che a cadere nel deserto non fu un pallone sonda, ma qualcosa di sconosciuto. Ebbene il sito dell'FBI il caso sembra offrire una soluzione: si parla di un oggetto che aveva la forma di un disco esagonale che doveva essere sospeso per mezzo di un cavo a un pallone, il quale aveva un diametro di circa sei metri e mezzo, e si dice anche tuttavia, che secondo comunicazioni telefoniche tra due basi aeree l'ipotesi del pallone sonda fosse poco credibile. In ogni caso il pallone e il disco vennero portati alla base aerea e lì trattenuti senza ulteriori analisi.

lunedì 28 marzo 2011

Falsa terremotata pro Mr. B


Dal sito del Fatto Quotidiano:


Che spesso a Forum ci siano attori a interpretare i protagonisti delle varie cause, è cosa nota e non fa notizia. Altro discorso è, tuttavia, quando questa prassi viene utilizzata per veicolare concetti cari al Governo. Come il presunto “miracolo aquilano”. Ecco cosa va in onda nel corso della puntata di venerdì 25 marzo, la mattina, su Canale5 (la si può vedere per una settimana sul sito ufficiale). Rita Dalla Chiesa presenta una causa di tal Marina, sedicente aquilana terremotata e titolare di un negozio di abiti da sposa. La signora chiede all’ex marito, da cui è separata, un contributo una tantum, in luogo degli alimenti, per far ripartire la propria attività. Nel corso del dibattito, la signora dice, fra l’altro, che dopo il terremoto «Hanno riaperto tutte le attività, manca solo la mia. Stanno pure ricostruendo. Anzi, dobbiamo ringraziare qualcuno che non ci ha fatto mancare niente.» Racconta la notte del 6 aprile, la descrive come «la fine del mondo. Si sono staccati persino i termosifoni dal muro.» Dice di non voler fare la terremotata a vita, di volersi rimboccare le maniche, poi ringrazia il Presidente, il Governo: «Tutti hanno le case, coi giardini, coi garage, nessuno sta in mezzo alla strada, le attività stanno riaprendo, voglio riaprire anche la mia.» Dell’emergenza abitativa all’Aquila si è già detto. Dalla Chiesa la incalza: «So che adesso mi tirerò addosso gli strali, ma dovete ringraziare anche Bertolaso, perché ha fatto un grandissimo lavoro». Comincia a diventare chiaro il messaggio: la signora Marina, che vincerà la causa, rappresenta l’ottimismo e la gratitudine, l’ex marito invece è il pessimista ingrato. Una rappresentazione binaria della realtà aquilana, che naturalmente non corrisponde al vero. Quando il giudice si ritira per deliberare, durante il talk show di commento, la cosa diventa ancora più evidente. La signora Marina dichiara, per esempio: «Sono rimaste fuori solo 300/400 persone, stanno in hotel perché gli fa pure comodo, mangiano, bevono e non pagano nulla, pure io ci vorrei andare.» La cosa, come si può verificare dal sito ufficiale del Commissario per la ricostruzione, non risponde al vero e non rappresenta la realtà aquilana. Ma c’è dell’altro. La signora non è aquilana. Su Facebook, fra i terremotati, la notizia comincia a circolare: Marina sarebbe, in realtà, una fioraia di Popoli (in provincia di Pescara). Non una terremotata. E gli aquilani veri cominciano a protestare sulla pagina Facebook del programma, in maniera veemente. I tentativi di riequilibrare il dibattito in studio vengono lasciati a poche voci disinformate: una ragazza sostiene di aver lavorato con la Protezione civile e dice che all’Aquila ci sono ancora le tendopoli. Ovviamente non è vero. Arriva persino un ragazzo veneto che propone la retorica del bisogna rimboccarsi le maniche. Il quadro si completa. L’Assessore alla Ricostruzione, Stefania Pezzopane, dice al Quotidiano d’Abruzzo: «Della sartoria della signora a L’Aquila non c’è mai stata ombra. Se avessero voluto raccontare storie vere, qui ne abbiamo tante. Il fatto che si sia voluto rappresentare un dramma con una storia finta la dice lunga sulle intenzioni di certi mezzi di informazione che hanno oscurato L’Aquila per mesi e ora, alla vigilia del secondo anno, quando sono attesi mezzi di informazione da tutta Europa in città, cercano di “ridimensionare” un presente che non è quello raccontato». Poi, scrive una lettera alla conduttrice «Durante la trasmissione persone che, mi risulta, nulla hanno a che vedere con L‟Aquila, hanno parlato della situazione attuale, facendone un quadro distorto e assolutamente non veritiero». E le rivolge un invito: «La invito a venire all’Aquila per vedere con i suoi occhi come si vive qui e che cos’è stato il nostro terremoto». Ma intanto, televisivamente parlando, il messaggio è passato. Al punto che la parte dedicata alla causa di “Marina la sarta aquilana” viene chiusa con la lettura di una mail da parte di tal Anna da Pescara. Che chiosa: «Gli aquilani sono un popolo un po’ vittimistico. Tanta gente sta approfittando della tragedia». E probabilmente, per la maggior parte degli spettatori di Forum (la puntata ha totalizzato uno share del 20,05% per 1.642.000 spettatori) l’udienza è tolta.

domenica 13 marzo 2011

Artico di James Rollins

“Dal sedile del copilota Matthew guardava il sole, che sembraqva arrampicarsi sulla cima del mondo. La luce splendeva sulla curvatura del ghiaccio, facendogli bruciare gli occhi. Jenny indossava gli occhiali da pilota; Matthew invece, guardava la bellezza dell’aurora nella regione artica senza protezione. Ormai mancava soltanto una decina di albe; poi il globo freddo sarebbe stato nel cielo per quattro mesi buoni. Quindi lassù si imparava ad apprezzare ogni alba e ogni tramonto.

Quel mattino era spettacolare. Un vento contrario e continuo da sud-est era riuscito a diradarel’onnipresente nebbia, che di norma stava sospesa sulla calotta. Sotto, in tutte le direzioni, giaceva un mondo incontaminato di merlato ghiaccio, frastagliato da picchi cristallini e pozze blu cielo”


Ecco un estratto da Artico di James Rollins edito da Nord.

Un vero tuffo nelle glaciali e inospitali terre dell’estremo nord del nostro pianeta.


Ecco la quarta:

"I ghiacci dell'Artico nascondono un segreto che deve essere distrutto... a tutti i costi
Poco prima della seconda guerra mondiale, alcuni tra i più brillanti scienziati dell'Unione Sovietica erano stati trasferiti in un'imponente base segreta costruita sotto la calotta polare, per lavorare a un progetto rivoluzionario che avrebbe cambiato il corso della Storia. Poi, improvvisamente, gli esperimenti erano stati sospesi e la base abbandonata: quel luogo doveva essere dimenticato da tutti, sepolto per sempre nei ghiacci dell'Artico...
Sessantacinque anni dopo, un sottomarino americano equipaggiato per effettuare ricerche marine si avvicina casualmente a un enorme isola di ghiaccio, che si inabissa nelle profondità dell'oceano Artico, e i ricercatori a bordo scoprono che al suo interno è incastonata una struttura artificiale. Ma non solo, mentre stanno scandagliando l'isola col sonar, registrano un fugace movimento: qualcuno si aggira nella base, qualcuno - o qualcosa - che non sarebbe mai dovuto sopravvivere... La notizia mette in fibrillazione i servizi segreti di Stati Uniti e Russia, così scienziati e soldati vengono spediti tra i ghiacci dell'Artico per fare luce su quella scoperta. Ma anche alcuni civili - come Matthew Pike, un ex militare delle Forze Speciali che, dopo la morte del figlio, si è ritirato in Alaska - verranno loro malgrado coinvolti in un vortice di segreti, violenza e tradimenti, perché quella base segreta nasconde misteri che non devono essere svelati."


Il ritmo del racconto è martellante, non ci si riposa mai e gli eventi si svolgono in un arco di tempo brevissimo. Le location d’azione sono molte: si parte dalle foreste dell’Alaska, per passare ad una vecchia base incastonata in una gigantesca isola di ghiaccio sommersa, si arriva ad una base flottante sui ghiacci artici e si passa in ben due sottomarini.

Non c’è mai tregua: ognuno dei personaggi corre contro il tempo per salvarsi da avversari pronti a tutto pur di mettere le mani su un segreto che giace nei labirinti di ghiaccio del mare più freddo del mondo.

La parola Grendel riecheggerà nel racconto evocando il mito del drago ucciso da Beowulf e le leggende annesse finchè non verrà scoperta l’origine storica e biologica di tale mito.

Protagonisti diversi diverranno improbabili compagni d’avventura: un ex berretto verde, la ex moglie e il suo ex suocero inuit, abitanti dei ghiacci da secoli.



Riguardo questo popolo accennerò solo poche righe: il nome Eschimesi, una parola indiana del popolo Cree che significa mangiatori di carne cruda è un termine dispregiativo, non usato da molto tempo. Essi chiamano se stessi Inuit (o Yuit in siberiano e in alcuni dialetti dell'Alaska), cioè “il popolo” in lingua Inuktitut.

Anche l’alfabeto Inuit avrà la sua importanza.


Avremo poi scienziati di vario tipo: glaciologi, biologi e paleontologi. E naturalmente militari buoni e cattivi (non potrà mancare il mitico soldato Kowalski).

Merita una particolare menzione un personaggio che spesso ruberà la scena ad altri: Bane, un magnifico incrocio tra un lupo e un alaskan malamute.

Un libro da leggere tutto di un fiato! Si fa per dire viste le sue 400 e rotte pagine.

Sicuramente ne uscirebbe fuori una sceneggiatura coi fiocchi.

Consigliato!





domenica 6 marzo 2011

Glenn Cooper-La mappa del destino

“Io, Barthomieu, monaco dell’abbazia di Ruac, ho duecentoventi anni. E questa è la mia storia”

Non è propriamente l’incipit dell’ultima fatica di Glenn Cooper ma è sicuramente la frase più adatta a descrivere l’atmosfera in cui è immerso questo romanzo. Archeologia preistorica, storia medievale e scienza si mischiano come ingredienti di un filtro magico che si attiverà solo grazie all’ultimo componente fondamentale della ricetta: la nostra immaginazione.

La quarta di copertina ci offre un assaggio:

Per settecento anni è rimasto nascosto in un muro dell’abbazia. Poi una scintilla ha scatenato un incendio e il muro è crollato. Stupito, l’abate Menaud sfoglia quel volume impreziosito da disegni di animali e di piante. È scritto in codice, ma le prime parole sono in latino: Io, Barthomieu, monaco dell’abbazia di Ruac, ho duecentoventi anni. E questa è la mia storia.

Per migliaia di anni è rimasto immerso nell’oscurità.

Poi un’intuizione ha squarciato le tenebre.

Incredulo, l’archeologo Luc Simard cammina in quel grandioso complesso di caverne, interamente decorate con splendidi dipinti rupestri. E arriva all’ultima grotta, la più sorprendente, dove sono raffigurate alcune piante: le stesse riprodotte nell’enigmatico manoscritto medievale…

Per un tempo indefinibile è rimasto avvolto nel mistero. È stato custodito da santi e da assassini, è stato una fonte di vita e una ragione di morte.

Poi un imprevisto ha rischiato di svelarlo agli occhi del mondo.

Spietati, gli abitanti di Ruac non hanno dubbi: i forestieri devono essere fermati. Perché la cosa più importante è difendere il loro segreto. A ogni costo.




La descrizione della serie di grotte preistoriche ci riporta alla mente Altamira e Lascaux, con le loro vivide rappresentazioni animali e solo la nostra fantasia riuscirà a rendere corpose le descrizioni dei disegni che il nostro Luc Simard rinviene.

Ma la preistoria è solo la prima delle stanze del tempo che Cooper ci farà visitare.



Nel 1119 alcuni cavalieri, fondarono un nuovo ordine monastico-militare, l'Ordine dei Cavalieri del Tempio. L'Ordine ottenne nel concilio di Troyes del 1128 l'approvazione di papa Onorio II e sembra che la sua regola sia stata ispirata da Bernardo di Chiaravalle.

La seconda crociata del 1147 fu opera della sua predicazione.

Qui non si parla dei Templari ma del loro ispiratore.

Bernardo di Clairvaux fu un monaco cistercense che ebbe grande fama presso il clero contemporaneo e lo citiamo, in questa sede, per la disputa che ebbe con un altro grandissimo rappresentante della cultura dell’epoca: Pietro Abelardo.

Egli fu un filosofo, teologo e compositore. Fu uno dei più importanti e famosi filosofi e pensatori del medioevo, precursore della Scolastica e fondatore del metodo logico. Per alcune idee fu considerato eretico



La carriera di Abelardo a Parigi, come insegnante allam prestigiosa cattedra di Notre Dame, dal 1108 al 1118, fu brillante. Nella sua Historia raccontava come gli allievi si affollassero intorno a lui da ogni parte d'Europa, un'affermazione più che confermata dai suoi contemporanei.

Abelardo nel 1118, alle soglie dei 40 anni, riceve dal canonico Fulberto l'incarico di precettore della nipote Eloisa, orfana diciassettenne uscita dal monastero di Argenteuil, la cui intelligenza suscita ammirazione in tutta l'Ile de France.

Fu un amore travolgente e segnato dalla tragedia.

Sospresi dallo zio di lei furono costretti al matrimonio, rimasto però segreto per volere di Abelardo che non voleva perdere la cattedra.

Fu allora che la vendetta dello zio si concretizzò nel peggiore dei modi: Abelardo fu evirato ed Eloisa fu costretta ad andare in convento, dopo aver partorito il figlio dei due: Astrolabio.


Nel cimitero di Père-Lachaise esiste ancora il monumento funerario per Abelardo ed Eloisa. Eretto nel 1779 nell'abbazia del Paracleto e trasferito nel cimitero parigino nel 1815, quel ciborio goticheggiante.

La disputa tra Bernardo di Chiaravalle e Abelardo era di natura teologica e Bernardo riuscì a far dichiarare eretiche alcune tesi di Abelardo che in seguito entrarono nella visione filosofica di pensatori come Tommaso d’Aquino.

In questa disputa vediamo inserirsi il nostro autore il quale ci descrive un rapporto tra i due monaci che supera le dispute accademiche e arriva alla sincera amicizia. Ovviamente si tratta di una finzione letteraria che non trova riscontro nella documentazione storica ma che ci regala l’intensità di un rapporto di reciproca ammirazione tra due menti eccelse del XI secolo.



Il percorso del romanzo ci farà spostare su diverse assi temporali: dalla preistoria al medioevo e, naturalmente ai gioni nostri.

Un ritmo alto e costante che ci porterà a svelare un segreto descritto in un’antichissima grotta preistorica, raccontato in un manoscritto medievale e custodito gelosamente dagli abitanti di una piccola frazione francese che hanno tutta l’intenzione di rimanere al di fuori dei riflettori della storia.

giovedì 24 febbraio 2011

Stephen King, Torno a prenderti


Un altro piccolo consiglio di lettura ve lo do non fosse altro perchè costa poco: Stephen King, Torno a prenderti, Sperling.
La quarta ci racconta:

Emily si è rifugiata in un disabitato luogo di villeggiatura. Un giorno mentre fa jogging lancia uno sguardo incauto al bagagliaio dell'auto del vicino... e si risveglia saldamente legata nella cucina di lui, in procinto di essere torturata e fatta a pezzi come la vittima che aveva casualmente adocchiato. Immobilizzata e indifesa, senza nessuno che possa sentirla nel raggio di chilometri, Emily tenta disperatamente di escogitare un piano prima che il mostro torni a prenderla. Il racconto, comparso nel 2007 in appendice al romanzo "Blaze", è pubblicato per la prima volta in volume.

Niente di speciale. Si legge in un'oretta ed ha un ritmo velocissimo.
L'ho già scritto parlando di The dome e devo confermarlo anche in questa occasione: non trovo più il vecchio Re di una volta; quello che in Insomnia riusciva a far immedesimare il lettore nel personaggio di un pensionato; quello che in Rose Madder e nel Gioco di Gerald descriveva l'animo femminile tanto da far pensare che non fosse un uomo a scrivere; quello che nell'Ombra dello scorpione evocava uno scenario apocalittico così ben costruito che non si riusciva a smettere di leggere; quello che in Tommyknockers ci ha fatto venire voglia di andare a scavare per dissotterrare una ciclopica astronave.
Per non parlare di racconti come Il poliziotto della biblioteca, i Langolieri e tantissimi altri che ora non mi sovvengono.
Immagino che dopo più di 50 pubblicazioni la vena si stia esaurendo, ma non smetterò di leggere il mio idolo nella speranza di essere nuovamente teletrasportata in uno dei suoi bellissimi e crudeli incubi.

mercoledì 23 febbraio 2011

I mangiatori di morte di Michael Crichton

Ieri ho finito un simpatico libretto che certamente non è passato alla storia come il miglior libro di crichton. Parlo de I mangiatori di morte edito da Garzanti.

La storia mi aveva incuriosito dopo aver visto il film a cui è ispirato questo libro, ossia, Il tredicesimo guerriero con Antonio Banderas. Un film molto bello che ho scoperto non aver avuto molta fortuna: sembra che sia costato 80 milioni di dollari ma ne abbia incassati una sessantina.

Ma torniamo al tomo (si fa per dire visto che sono poco meno di 200 pagine).

Questa è la quarta:

Il colto dignitario arabo Ibn Fadlan viene inviato in missione diplomatica dal suo califfo nella terra dei vichinghi. Siamo nel 922 dopo Cristo, ed egli annota nel suo diario di viaggio ciò di cui è testimone. Incontra gruppi di "barbari" che curano molto meno l'igiene di quanto non facciano con il cibo, l'alcol e il sesso. Assiste ai loro riti, alla violenza delle loro cerimonie, alle orge. Quello di Fadlan con l'Europa dell'epoca è un incontro scioccante, per lui che viene dal mondo sofisticato ed evoluto di Baghdad, la "Città della pace". Ma nonostante la sua diversità, viene accolto nel clan vichingo, gode della protezione del suo capo e seguirà il gruppo fino in Scandinavia, fino alla lotta finale contro le misteriose creature della nebbia.


Il romanzo si presenta come la traduzione letterale di un’antica cronaca di viaggio giunta incompleta. In realtà è un falso molto ben presentato. una densa premessa affronta la storia del manoscritto e delle varie traduzioni giunte fino a noi e in appendice viene addirittura riportata la bibliografia di riferimento.

Lo stile di scrittura è quindi notevolmente scarno, senza descrizioni o approfondimenti emotivi dei personaggi. Traspare il giudizio negativo di un arabo colto ed erudito del X secolo nei riguardi di un popolo bellicoso e puzzolente, con modi da Klingon di trekkiana memoria, usanze violente e costumi sessuali aggressivi e disinibiti.


Man mano che la trama si dipana assistiamo ad un cambiamento di giudizio da parte di Ibn che comincia ad abituarsi alla mancanza di igiene altrui e soprattutto inizia ad apprezzare la cultura in cui suo malgrado è immerso. Lo vediamo allora ammirare la bellezza dei loro manufatti e monili, e lo vediamo apprezzare con rispetto il loro senso dell'onore e la loro preoccupazione di fare avere una morte onorevole in battaglia.


La popolazione nemica dei Wendol viene descritta in maniera abbastanza minuziosa tanto da farci intuire la loro origine: sono una sacca sopravvissuta di uomini di Neanderthal (estintisi nella realtà circa 30.000 anni fa, ma ancora presenti in Scandinavia nel 900 d.C.) che praticano il cannibalismo e venerano la grande madre. Una società apparentemente matriarcale, o meglio, governata da una singola figura femminile definita come la madre di tutti i Wendol.


Nonostante il fascino che suscita questa storia, non si riesce ad amare il romanzo proprio perché romanzo non è. Rimane il resoconto di una missione raccontato per sommi capi e come tale va letto.

…niente a che vedere con Timeline, tanto per capirci!

lunedì 14 febbraio 2011

The dome di Stephen King


Immagina un formicaio e una lente di ingrandimento. Immagina un raggio di sole attraverso la lente. E immagina di essere la formica, mentre un bambino crudele maneggia la lente…

Questo è scritto sul retro della copertina di The Dome di Stephen King, ideata dallo stesso King


Girando in giro trovo qualche informazione che riassume la nota al lettore scritta dal Re a fine libro.

‘La storia, del tutto originale, ha il suo nucleo ispiratore in un romanzo incompiuto, The Cannibals, che l'autore cercò di realizzare per ben due volte, tra gli anni Settanta e Ottanta, e che poi abbandonò nel cassetto. Il racconto nasceva da un'idea semplice ma di grande effetto: cosa accade quando una comunità viene improvvisamente isolata e tagliata fuori dal mondo a cui appartiene? King ha iniziato a lavorare a questo libro nel 1976. Il primo manoscritto, di circa 70 pagine andò perduto. Qualche anno dopo, si rimise al lavoro sul progetto, ma il risultato lo scontentò al punto da scagliare le pagine contro un muro. Fu la moglie Tabitha (come aveva fatto con Carrie) a recuperare tutto e metterlo in un cassetto’

Ecco la quarta di copertina:

È una tiepida mattina d'autunno a Chester's Mill, nel Maine, una mattina come tante altre. All'improvviso, una specie di cilindro trasparente cala sulla cittadina, tranciando in due tutto quello che si trova lungo il suo perimetro: cose, animali, persone. Come se dal cielo fosse scesa la lama di una ghigliottina invisibile. Gli aerei si schiantano contro la misteriosa, impenetrabile lastra di vetro ed esplodono in mille pezzi, l'intera area - con i suoi duemila abitanti - resta intrappolata all'interno, isolata dal resto del mondo. L'ex marine Dale Barbara, soprannominato Barbie, fa parte dell'intrepido gruppo di cittadini che vuole trovare una via di scampo prima che quella cosa che hanno chiamato la Cupola faccia fare a tutti loro una morte orribile. Al suo fianco, la proprietaria del giornale locale, un paramedico, una consigliera comunale e tre ragazzi coraggiosi. Nessuno all'esterno può aiutarli, la barriera è inaccessibile. Ma un'altra separazione, altrettanto invisibile e letale, si insinua come un gas velenoso nel microcosmo che la Cupola ha isolato: quella fra gli onesti e i malvagi. Tutti loro, buoni e cattivi, dovranno fare i conti con la Cupola stessa, un incubo da cui sembra impossibile salvarsi. Ormai il tempo rimasto è poco, anzi sta proprio finendo, come l'aria...

Leggendolo è impossibile non fare il confronto con L’ombra dello scorpione…ed è anche impossibile che da questo confronto The dome ne esca vittorioso.

Sarà che L’ombra dello scorpione è il primo libro del Re che io abbia letto ma non penso si tratti solo della sindrome del primo amore. Mi ha ricordato anche un po’ Tommyknockers dato che anche lì gli abitanti del paesino generano volutamente uno scudo invalicabile che li mantenga isolati per poter lavorare al dissotterramento dell’astronave che domina le loro menti.

Nonostante la lunghezza eccessiva del romanzo e la tendenza del nostro scrittore preferito a divagare un po’ troppo, non riuscivo a smettere di leggere…anche solo per scoprire come se la sarebbero cavata i vari personaggi costretti in una prigione invisibile, eretta da qualcosa o qualcuno che non sembra minimamente preoccuparsi delle conseguenze della propria azione.

Incredibilmente attuale il personaggio di Big Jim Rennie, politico locale corrotto e onnipotente che non vuole fare un passo indietro, come gli viene chiesto da più persone dentro a fuori la cupola invisibile.

Non sarà il miglior romanzo del nostro Re preferito ma si fa leggere con discreto piacere.